Una mano (Cina) lava l’altra (USA). Funzionerà?

Come previsto di domenica, a borse chiuse, il Tesoro Usa ha nazionalizzato Fannie e Freddie, i due colossi dei mutui. Il costo per i contribuenti, come ha ammesso Paulson, è sconosciuto, perchè il governo USA inietterà tutto il denaro di cui Fannie e Freddie avranno bisogno via via («pay as you go»), e nessuna sa di quanto avranno bisogno.

Per il momento, la nazionalizzazione ha dato un po’ d’ossigeno ai detentori di obbligazioni privilegiate dei due colossi. Fra cui due clienti paradossali: Russia, e soprattuto Cina (1).

La banca centrale cinese è con l’acqua alla gola e richiede capitali freschi, perchè detiene un trilione (mille miliardi di dollari) fra buoni del Tesoro americani e titoli di Fannie e Freddie (forse 350 miliardi), ritenuti «sicuri» come i Bot, perchè in qualche modo garantiti dal governo della unica superpotenza rimasta. Ora, su questi «investimenti», i cinesi hanno imbarcato perdite colossali, perchè il deprezzamento di quei titoli (che hanno perso quasi l’80 per cento) è stato potenziato da deprezzamento del dollaro (-21 per cento sullo yuan).

Un disastro annunciato: il Fondo Monetario aveva avvertito la banca centrale di Pechino di non continuare a comprare titoli esteri in così mostruosa sproporzione con il suo capitale, troppo modesto.

Come si fa, con un capitale di 3,2 miliardi di dollari, a comprare titoli americani per mille miliardi? Niente. La Cina ha continuato a incamerare i titoli USA, per due chiare ragioni: tenere basso lo yuan rispetto al dollaro, e dunque più competitive le sue merci esportate; fornire ai consumatori americani, a prestito, i soldi per comprare le sue merci. Ora si dibatte nella trappola che s’è costruita da sè.

La banca centrale cinese ha bisogno di capitale fresco; ovviamente può stampare moneta (al contrario di noi europei, dispone della sovranità monetaria), ma questo aumenterebbe l’inflazione, che è già rovente. Invece, s’è risolta a chiedere aiuto al ministero cinese delle finanze. Che ha grandi risorse, grazie al forte attivo commerciale cinese. Il ministero può semplicemente trasferire titoli di altre agenzie statali cinesi alla banca centrale, aumentando così il suo capitale (di carta).

Il guaio è che le due nomenklature sono nemiche. I gestori della banca centrale volevano cautamente rivalutare lo yuan; il ministero lo vuole deprezzare sempre più, per le note ragioni di competizione commerciale. Il ministero vuole che i surplus da export vengano investiti in azioni estere; i banchieri centrali, si tengono stretti alle obbligazioni di Stato e semi-Stato (come Fannie e Freddie). Ora, chiedere liquità al ministero significa, per i banchieri centrali di Pechino, perdere la propra relativa autonomia, e mettersi sotto il tallone dei ministero rivale.

Ma c’è di peggio all’orizzonte. In un paese che controlla i media e sopprime ogni critica alla sapienza della nomenklatura, specie sui fatti finanziari, si odono sempre più voci di cinesi – ormai diventati esperti di Borsa – che mettono in discussione la saggezza di quegli «investimenti» del loro stato enormi in titoli USA.

Un blogger cinese citato dal Telegraph ha postato questa frase: «E’ come se la Cina avesse regalato agli Stati Uniti 200 nuove portaerei». Già. Perchè una portaerei costa «solo» 5 miliardi di dollari (settemila miliardi di vecchie lire), e dunque i mille miliardi che la Cina ha prestato agli americani possono comprarne 200. Questa osservazione ha anche il vantaggio di mostrare quali sono le cifre in gioco nella finanza elettronica e cartacea, a confronto con l’economia fisica.

Solo l’anno passato, la Cina ha speso oltre un ottavo della sua intera produzione economica nell’acquisto di obbligazioni estere (bond americani), guadagnando un tasso del 3 per cento; ma attenzione, questo tasso è in dollari, e il dollaro si è deprezzato del 21 per cento sullo yuan. Da dove vengono i soldi per quegli (incauti) acquisti?

Essenzialmente, dai risparmiatori cinesi. Le banche commerciali cinesi sono obbligate a depositare vaste riserve alla banca centrale, e difatti hanno depositato un trilione di dollari, da cui ricavano un interesse del 2 per cento. Naturalmente, le banche commerciali pagano interessi ancora più bassi ai risparmiatori, altrimenti non potrebbero reggere. La differenza tra quello che pagano ai depositanti e quello che addebitano ai cinesi che chiedono un fido o un prestito, è di parecchi punti.

«Ciò», scrive il Telegraph, «equivale ad un trasferimento di ricchezza dai risparmiatori cinesi alla banca centrale e in definitiva agli americani», che vendendo il loro debito ai cinesi si pagano i consumi e le spese militari di due guerre.

E’ ovvio che i cinesi comincino a perder la pazienza coi loro governanti, specie adesso che la stessa economia cinese dà segni di rallentamento.

L’anno scorso è uscito un libro in Cina, «Guerre valutarie», che espone la seguente tesi: l’America ha apposta incitato la Cina a comprare i suoi bond, sapendo che li avrebbe poi svalutati. I consumatori americani hanno comprato milioni di tonnellate di merci cinesi, e non le hanno pagate – o almeno, le hanno pagate con lo sconto. Torneranno a comprare?

Il debito delle famiglie USA, in consumi, è pari a 14 trilioni (2800 portaerei, per continuare l’esempio del blogger cinese), e supera quindi il prodotto interno lordo americano, di 13 trilioni.

Così, ora gli USA, dopo essere stati aiutati dalla Cina, aiutano la banca centrale cinese, sostenendo il «valore» dei titoli di debito di Fannie e Freddie con la nazionalizzazione; ciò, naturalmente, nella speranza che il rafforzamento induca di nuovo gli stranieri a comprare titoli Fannie e Freddie, e così alleviando il peso (non specificato) che il salvataggio farà gravare sui contribuenti americani. E forse, Pechino dovrà farlo, perchè non ha alternative: se si libera della cartaccia USA, uccide il suo miglior cliente.

Come dice Richard Daughty, esperto controcorrente di finanza, «il denaro «investito» durante il boom in azioni, obbligazioni e immobili è perduto; a meno che non si crei nuova moneta dal nulla, da dare agli ultimi fessi perchè comprino quegli «attivi» (che non valgono più) dai penultimi fessi» (2).

Effettivamente è questo che ha fatto il governo americano: rigonfiare la giostra finanziaria, sperando in un altro giro. Funzionerà?

Esiste qualche dubbio (3).

Maurizio Blondeteffedieffe.com

8 settembre 2008


1) Keith Bradsher, «China central bank is in need of capital», Telegraph, 4 settembre 2008.

2) Richard Daughty, «The assets of penultimate fool», GoldSeek, 7 settembre 2008.

3) In USA sono già fallite 14 banche con garanzia statale sui depositi (Federal Deposit Insurance Co.). Per obbligo, queste banche, onde ottenere la garanzia, debbono avere circa l’8 per cento di capitale in rapporto agli «attivi» (prestiti che fanno); dunque sono «leveraged» 12,5 volte. Le più audaci banche d’investimento sono leveraged 30 volte, ossia i loro impegni superano di 30 volte il loro capitale. Fannie e Freddie sono «leveraged» 50 volte il loro capitale. Per semplificare, immaginiamo un obbligo di riserva pari al 10 per cento. La banca con questa riserva del 10, con un milione di capitale, può prestare 10 milioni. Il suo profitto è nella differenza fra il costo del suo capitale e del denaro che prende in prestito, e gli interessi che addebita ai debitori. Una banca che prende a prestito al 4 e addebita l’8 per cento, guadagnerà il 4 per cento sui 10 milioni prestati, ossia 400 mila dollari. Il che fa un ritorno del 40 per cento sul capitale effettivo (un milione): un bell’affare, e questo è il motivo per cui esistono tante banche, e chiunque vorrebbe aprirne una. Ma nei tempi di avversità, il bel trucco del leverage funziona a rovescio. Se una banca perde un milione e non può attrarre nuovo capitale (come accade in questo periodo di crisi e diffidenza), deve ridurre i prestiti che fa, oppure vendere titoli che ha in portafoglio, non per un milione, ma per 10. Questo è il motivo per cui il Tesoro americano non bada a spese (e sacrifici futuri dei suoi contribuenti) per salvare ad ogni prezzo Freddie e Fannie: per scongiurare l’effetto devastante del «deleveraging», il moltiplicatore di distruzione che si ripercuote sulle banche e sull’economia reale. Per esempio Merrill Lynch in difficoltà ha venduto 30,6 miliardi di dollari di crediti da mutui «mal funzionanti» ad un fondo privato (private equity), che ha accettato di comprarli per 6,7 miliardi, ossia con lo sconto del 75 per cento; per di più, il fondo ha chiesto a Merrill di finanziare l’acquisto, quindi la Merril ricava solo 5 centesimi per ogni dollaro di «attivi» svenduti. Oltre a ciò, Merrill ha dovuto emettere e tentar di vendere 8,5 miliardi di dollari in nuove azioni, ciò che diluisce il valore di quelle già detenute dai risparmiatori-azionisti del 38 per cento. Insomma sono mosse disperate, devastatrici, e che non serviranno a salvare Merrill. Le manovre del governo salveranno Freddie e Fannie? Le borse sono in rialzo dopo l’annuncio, ma gli speculatori rovinati si aggrappano ad ogni speranza. Staremo a vedere.