CANONE RAI ILLEGITTIMO e la Scienza di Pinocchio

di Carmelo R. Viola

L’amico Harpocrates ( carlograziani@yahoo.it), in un msg del 1° agosto, attraverso il testo di un’intervista al dott. Vincenzo Busa, direttore centrale di Normativa e Contenzioso dell’Agenzia delle Entrate, mi ricorda quanto io già sapevo, che “In varie sentenze, la Corte Costituzionale e la Corte di Cassazione hanno ricostruito il canone radiotelevisivo alla stregua di un’imposta e non di una tassa e, quindi, di prestazione dovuta non in funzione della fruizione di un particolare servizio, bensì in funzione della semplice detenzione di un qualunque apparecchio astattamente idoneo a captare l’emittenza radiotelevisiva” .

Nulla da eccepire alla compiutezza dell’informazione, a cui io aggiungerei soltanto la formula scolastica “come volevasi dimostrare”.

Infatti, l’espediente delle due sunnominate Corti ci riporta direttamente alla Scienza di Pinocchio con che io intendo la logica del potere, e quindi del non diritto, cui paradossalmente fanno ricorso anche coloro che istituzionalmente – e costituzionalmente – dovrebbero essere i garanti del diritto – quello vero.

Da anni io sostengo e scrivo della illegittimità del canone Rai. Dico illegittimità, non illegalità.
L’intellighenzia giuridica di uno Stato capitalista (quale è il nostro) non è in grado di distinguere fra legittimità (o liceità bioetica) e legalità proprio perché espressione di quel diritto romano dove vigeva la volontà dei più forti, che diventava esecutiva attraverso la stesura di norme dette leggi.
Legale significava – e significa – “conforme ad una legge e alla legge tout court”, ed era sinonimo di legittimo.
La schiavitù era legale e legittima come legale e legittimo era quanto poteva trasformare un debitore povero in uno schiavo o uno schiavo in liberto.

Per secoli ci si è trascinato dietro un fardello barbaro, assunto come parametro del diritto. Donde, lo slogan, alquanto retrògrado: “dura lex, sed lex”.
Pertanto, ci sentiamo spesso esortare – per esempio dall’onesto ma ingenuo magistrato Caselli – al rispetto della legalità come soluzione del vivere civile.
Lo fa anche il noto periodico “Antimafia”, che, tra l’altro, continua a credere e a far credere alla mafia – struttura essenziale del capitalismo – come una conseguenza del non rispetto della legalità.

Tornando al nostro discorso, dovremmo aggiungere che, per ovvia conseguenza, dovremmo subordinare l’art. 11 (antimilitarista) della Costituzione ad una legge che lo raggira e lo infrange in maniera plateale nel silenzio-assenso delle due Corti. La norma costituzionale, da matrice di leggi, diventa prodotto di queste! Dovremmo rispettare l’aggressione-invasione-devastazione dell’Iraq perché tale crimine contro l’umanità è preceduto da dispositivi di legge della Casa Bianca.
Dovremmo fare la stessa cosa con il massacro-distruzione del Libano solo perché tale crimine contro l’umanità è legalizzato da disposizioni legislative del potere-Stato d’Israele.

Rispettare la legalità sic et sempliciter significa non avere un concetto del diritto, premettere che il potere legislativo possa legittimare anche un crimine ed accettare come legittimo il pizzo del canone radiotelevisivo solo perché la Scienza di Pinocchio, sostitutiva della Scienza del Diritto, ha cambiato la definizione di tale pizzo da tassa a imposta. Io non accetto tale imposta: la subisco e la contesto.

La Scienza del Diritto discende dalla conoscenza scientifica delle spettanze biologiche del soggetto e della logica rigorosamente applicata alle modalità di risposta a quelle spettanze, che poi sono i famigerati diritti naturali. L’imposta che, in quanto tale, non tiene conto di tali spettanze e non si pone nemmeno il problema della modalità di risposta, è da considerarsi soltanto una “predazione del pubblico potere”. Come già la storia c’insegna, l’imposta può essere applicata ad una cosa qualsiasi, perfino alla “condizione di scapolo”! (La nota imposta sul celibato!)

Ove vigono imposte è semplicemente fuori luogo parlare di “Stato di diritto”. Il canone Rai-imposta, che non presuppone alcuna contropartita, è universale ed è quindi “imposto” (è la parola), come tutte le altre imposte, dirette e indirette, anche ai dieci milioni di italiani che vivono sotto la soglia della povertà, e per i quali il possesso di un televisore o soltanto di una radio è un’occasione per distrarsi dal proprio disagio sociale e dalla propria infelicità esistenziale (nella sedicente civiltà dell’abbondanza!), è perfino un crimine, naturalmente legale! E ci siamo limitati ai dieci milioni di sottopoveri. Quanti sono gli italiani poveri per i quali il canone-imposta Rai costituisce un’incombenza pecuniaria non indifferente ?

Gli espedienti per rendere impositivo, quindi legale, quindi legittimo, un “obbligo autolesivo” , ha del puerile e del perfido e, in ogni caso, denota una ignoranza spaventosa della scienza del diritto o semplicemente della scienza sociale, il cui perno è proprio il diritto. Qualcosa di simile ha commesso più volte la SpA Poste Italiane: dopo quella dell’abolizione della categoria reale delle “stampe per privati”, ha abolito la categoria reale della “posta ordinaria”, il cui effetto è la costrizione a servirsi della posta prioritaria (divenuta ordinaria per abolizione della stessa!), costrizione che è pertanto conclamatamente illegittima. Ma che fanno i membri delle due Corti davanti a cotanto “scempio della logica giuridica”? Leggono i quotidiani che esortano al rispetto della legalità? Io li invito a interrogarsi sulla vera entità del diritto e sul carattere abusivo di qualunque imposta in uno Stato di diritto, dove l’artescienza del potere non consiste nel trovare il modo di legittimare i prelievi ( bioeticamente illeciti) ma quello di fornire ai cittadini tutto il fabbisogno in cambio del lavoro e/o per il solo fatto di esistere.

Il canone Rai resta un illecito conclamato e sfido chiunque a dimostrarmi il contrario senza ricorrere ai giochetti pseudogiuridici della barbarie romana.
Io, che per sfuggire al ricatto della non corresponsione del canone-pizzo, continuo a versare quanto legalmente – ma illegittimamente – mi viene estorto, mi ritengo un derubato di Stato “non di diritto”.

Carmelo R. Viola – Centro Studi Biologia Sociale – crviola@mail.gte.it