Nuovo Esecutivo dell’UE. Manca la trasparenza e si riconferma il deficit democratico

Agli osservatori più attenti della realtà europea non può essere sfuggito il gioco di carte servito dalla signora Von der Leyen (o da chi per lei) sulla nuova composizione del super-governo dell’Unione europea.

Accanto a vecchi “registi” ormai consolidati, nella squadra dell’Esecutivo europeo – sorvolando sugli entusiasmi accesi dai media italiani – la nomina di Paolo Gentiloni agli Affari economici dell’UE comporta certamente un portafoglio importante come quello economico, ma con un’autonomia estremamente limitata e posta sotto la tutela di un vicepresidente lettone (sic) Dombrovskis.

Altro che esultare! Un Paese fondatore come il nostro non può lasciarsi trattare così, anzi dovrebbe alzare la voce (sarebbe ora!) e minacciare di fare saltare addirittura il banco, tanto più che la nomina di un commissario, proposto addirittura come uno dei 5 vicepresidenti con un dicastero importante, avanzata da nessun governo perché nata, a quanto sembra, proprio interna corporis, negli stessi corridoi dell’istituzione – dove questo signore prestava prima servizio come funzionario amministrativo, quindi come portavoce di Juncker – fa a pugni con la tanto decantata trasparenza e con quella legittimità che continua a costituire il vulnus di questa istituzione.

L’ennesima conferma del deficit democratico dei nominati Commissari e dei tentacoli di una burocrazia europea auto-referente che, senza ormai pudore alcuno, riesce ad imporre alla dirigenza degli affari degli europei soltanto fidati esecutori, scelti non dai cittadini ma dalle elites e che niente hanno a che vedere con le esigenze dei popoli e delle Nazioni. Che poi Schinas Margaritis, questo il nome del nuovo commissario proposto, possa essere persona capace e competente è fuor di dubbio, ma la sua nomina rimane la prova comprovata del modello di gestione privilegiato da questa Unione europea, chiusa in casta auto-referente e lontana dai suoi popoli.

Invece di interrogarsi su questa pratica, per lo meno particolare,e sul deficit di democrazia che presenta un Esecutivo nominato dai governi in carica e non eletto dai cittadini, i rappresentanti politici dei partiti ormai riuniti in un pericoloso consociativismo, si sono rivoltati contro la nuova Presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, componente di rilievo del gruppo del partito popolare, colpevole di un peccato che rimane solo semantico: aver associato al dicastero incaricato delle migrazioni, la responsabilità della protezione del modello di vita europeo. Naturalmente si sono indignati Verdi e socialdemocratici, ma anche Amnesty International, a dimostrazione che anche questa associazione prenda ormai rilievo nel novero delle istituzioni politiche dell’Unione. A ben vedere però, si rasserenino i progressisti europei perché, come l’abito non fa il monaco, la denominazione del portafoglio non vuole determinare una vera volontà di cambiamento politico.

I Verdi, per bocca della loro co-presidente Ska Keller si sono dichiarati raggelati soltanto dal fatto stesso di aver pensato di istituire il dicastero sul modello di vita europeo e, per di più, di aver osato inglobarlo in quello che comprende i flussi migratori e la protezione delle frontiere, evidentemente sottolineando così la incompatibilità che ritengono oggettivamente esistere tra il sostegno ai rifugiati e gli stessi valori europei. Addirittura i socialisti hanno ritenuto che un portafoglio simile non avrebbe dovuto neanche venire proposto, al pari della stessa Amnesty che ha sottolineato la necessità di dover combattere l’impiego di quella retorica, propria dell’estrema destra.

Riflettendo con attenzione, però, è ben lungi dalla volontà della Von der Leyen l’idea di sconvolgere la politica migratoria dell’Europa. L’Europa, nelle sue convinzioni e in quelle del suo gruppo del PPE, rimane sinonimo di società aperta e democratica e l’accenno alla protezione del modo di vita europeo si riferisce solo a valori europei quali la tolleranza, l’accoglienza e l’asilo, così ha puntualizzato la presidente nel corso di un’intervista ad un quotidiano tedesco.

La dichiarazione della Von der Leyen resta confinata soltanto in una inflessione semantica e non ci sarà alcun cambiamento importante nelle politiche migratorie dell’Unione. La protezione del modo di vivere europeo rimarrà quella taverna di Bisanzio dove ognuno avrà l’illusione di poter gustare la sua pietanza favorita ma il cui il menù rimane già stabilito da tempo.

Resta da vedere se i partiti sovranisti cadranno nella trappola della “semantica”, operata a questo punto solo per ottenere una falsa unanimità della destra del Parlamento europeo. La scelta della denominazione sembra soltanto un “trompe-l’oeil”, un’illusione per chi fingerà poi di crederci per giustificare solo la propria incapacità di contrastare le attuali politiche dell’Unione europea, e non solo quelle dei flussi migratori.

Eugenio Preta

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