La solidarietà europea in mano ai padroni tedeschi

Questa crisi pandemica eccezionale sarà almeno servita a portare alla luce le ferite ottusamente ignorate della solidarietà europea da quando la Germania, la maggiore potenza economica continentale, è rimasta ferma sul suo bieco egoismo e sulla sua glaciale intransigenza.

Merkel ha ribadito il suo “no” ai “corona bonds” – i prestiti a fondo perduto richiesti da Italia, Francia e Spagna e dagli altri Paesi meridionali – ed ha condiviso, bontà sua, il principio secondo il quale la coesione europea dovrebbe senz’altro venire ridefinita. Ha quindi voluto porre, una linea rossa invalicabile sugli aspetti finanziari di questa solidarietà.

Una “Rote Linie” rappresentata dal rifiuto di Berlino di mutualizzare il debito complessivo dei Paesi dell’area Euro, pur sempre generato da una contingenza imprevedibile e dirompente come l’attuale crisi sanitaria. Eppure i Paesi oggi con l’acqua alla gola, chiederebbero ben poca cosa, una misura puramente simbolica: l’avvio sul mercato finanziario ad una serie di prestiti a nome di tutti i 27 paesi membri, una manovra che avrebbe l’effetto benefico di far abbassare i tassi e potrebbe anche significare la ripartenza della cooperazione tra gli Stati, un segnale finalmente concreto dopo le indecisioni originate dall’inizio della crisi.

In verità gli europei si sono resi conto che la sedicente e salottiera solidarietà dell’Unione europea è fallita di fronte al rischio del naufragio economico e sanitario di alcuni Stati e che la Germania continua imperterrita per la sua strada in compagnia degli olandesi. L’asse Berlino-Amsterdam infatti rimane fermo nella sua intransigenza e continua a cooperare strettamente, per sfruttare al massimo la sola conquista ottenuta dalla quasi settuagenaria costruzione europea: le quattro libertà (oggi 5, con la criminalità) del grande mercato unico. La Germania lo fa soprattutto sfruttando le delocalizzazioni verso i paesi dell’est Europa, delle sue industrie più produttive e operando, in subordine, un’accelerazione delle politiche dell’accoglienza per sostituire con quegli immigrati la manodopera nazionale che non intende più esercitare i lavori meno gratificanti.

Ci sono eventi che segnano la fine di un ciclo storico pur consolidato, ed il coronavirus ne costituisce una prova evidente. La società contemporanea, stretta nelle morse del virus, ha svelato gli arcani ed ha messo fuori gioco la retorica del multipolare e dei grandi ”insiemi” mondialismi, troppo egoisti, ed ora chiede implicitamente di fermare il gioco al massacro che gli europei stanno patendo per mano di Stati virtuosi (a parole… se consideriamo che il tanto celebrato surplus di bilancio degli olandesi è dovuto, al 60%, al regime di fiscalità di comodo, applicato dal paese delle terre basse e dei tulipani) e di rispondere senza indugi alla richiesta di aiuto dei Paesi del sud Europa per rispondere agli sfasci dall’epidemia.

La vera faccia dell’Europa, se ne facciano una ragione gli europeisti più irriducibili, è rappresentata dagli egoismi nazionali e dal cinismo imperante: gli Stati dell’Unione, vanamente solidali, interverranno solo se ritroveranno un innegabile utile per le loro economie. Così appare, in tutto il suo cinismo ed il suo egoismo spacciato finora per sublime anelito umanitario, il progetto tedesco di accogliere milioni di migranti, spesso scegliendo le categorie più alfabetizzate, professionalmente più recettive. Un progetto, supportato dai “crociferi” umanitari e globalisti, che ha solo il fine ultimo di rafforzare la potenza dell’economia tedesca di fronte alla penuria di manodopera, fornendola di nuova forza lavoro flessibile e praticamente a costo zero.

La Storia poi registrerà che i tedeschi, piuttosto che aprire alla solidarietà comune verso i paesi del sud Europa, confrontati ad una crisi epidemica ed economica gravissima, hanno preferito aprire le frontiere dell’Europa ad iracheni, afgani e siriani, altro che per fini umanitari quanto esclusivamente per motivi economici. Dovrà però questa Storia riferire anche le gravi frizioni interne di ordine sociale, di sicurezza e di ordine religioso che i tedeschi hanno implicitamente determinato.

Non lasciamoci più irretire dal racconto di un fantomatico progetto di costruzione europea per i popoli e dei popoli: l’Unione politica di questa Europa è fallita. Ed è caduta di fronte agli egoismi e alla tracotanza tedesca, sacrificata cinicamente sull’altare del profitto e del mercato.

Eugenio Preta

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