Come in una tragedia greca, il “portento” per uscire dalla crisi

Mario Draghi

Mentre la classe politica si confronta con il presidente incaricato Mario Draghi, remissiva e sull’eco stonata di un’opinione pubblica che ha già adottato il nuovo Primo ministro in maniera plebiscitaria, il cursus honorum e le dichiarazioni dell’economista fanno il giro dei talk show più ruffiani e dei media più seguiti.

La spiegazione di Draghi che differenziava il debito cattivo – quello sperperato a fini improduttivi – dal debito buono – quello che invece serve per investire in istruzione, ricerca lavoro e infrastrutture – costituisce una presa di posizione coraggiosa ma, a ben pensarci, veramente degna del signor De La Palisse.

Siamo arrivati però al paradosso per cui gli italiani che avevano votato nel 2018, con una percentuale superiore al 50%, per partiti populisti o sovranisti, in ogni caso partiti fuori dalle righe, si ritrovano oggi nel bilanciere della politica l’esatto opposto delle loro scelte: un tecnico, già presidente della Goldman Sachs Europe, poi governatore della Bce.

Sicuramente un vulnus della democrazia rappresentativa che dovrebbe farci riflettere seriamente sul suo funzionamento, checché ne dicano media, tv, Vespa e Mentana.

Mario Draghi dunque – l’uomo della Provvidenza, il deus ex machina delle tragedie greche calato come il “portento” su un palcoscenico di figuranti della Repubblica, assurti a statisti – non avrà sicuramente difficoltà ad imporsi in questa rappresentazione tragi-comica di una democrazia decadente.

Tutti aspettano il “portento”, nessuno però si rende conto che ormai, con Mario Draghi, le banche non nasconderanno più la loro vocazione a dominare la politica e i cittadini per piegarli ai propri interessi: tanto peggio per la sovranità del popolo, la democrazia e tutto il blablabla.

I soldi sono troppo importanti perché il popolo possa essere ammesso in qualche modo a partecipare alla spartizione: con Draghi la finanza internazionale sarà servita in guanti bianchi.

Alla testa della Bce è stato proprio lui ad instituire quel “quantitative easing” massiccio (aumento della moneta a debito in circolazione) che gonfia artificialmente i valori degli attivi finanziari e mantiene le borse a galla anche quando l’economia precipita. Qualcosa di mai visto dall’ortodossia tecnico bancaria di Francoforte.

Tutti gli italiani possono esserne sicuri: Mario Draghi non farà alcunché che possa nuocere al Cenacolo finanziario che l’ha promosso al suo vertice.

La sua ormai certa nomina arriva proprio nel momento in cui il governo italiano, più o meno populista, sovranista, diverso comunque, aveva pur saputo chiedere alla BCE la cancellazione dei debiti contratti dagli Stati durante il covid.

Come avveniva nelle assemblee ACP-PE per i debiti dei paesi poveri del terzo e quarto mondo, proprio per aiutare le loro economie oggi, per spingere la ripresa post pandemia degli Stati europei.
Una richiesta perfettamente in linea col piano di rilancio europeo ma che arriva però come un enorme macigno ad agitare le acque dello stagno di Bruxelles.

L’Italia è oberata da una montagna di debiti sovrani – più del 150% del suo PIL – un debito pesantissimo in termini del solo pagamento degli interessi che blocca ogni crescita da oltre 20 anni, dagli anni di piombo che hanno messo fine al miracolo economico italiano.

L’Italia possiede però un asso nella manica rappresentato dal suo surplus di bilancio, un’eccedenza budgetaria primaria, la predominanza cioè delle entrate sulle uscite: se cioè si azzerassero o sospendessero i pagamenti degli interessi del debito, il suo bilancio sarebbe eccedentario e dunque anche se dichiarasse fallimento, potrebbe sopravvivere grazie al suo disavanzo.

Leggi anche:  Governo Draghi, se non ora quando? E se non l’ex presidente della Bce chi altri può salvare il Paese? Ormai, per avviare una ripresa economica generale, è arrivato il momento di liberarsi di parte del debito aprendo un confronto certamente aspro con la BCE, con le banche, con i mercati,con i fondi pensione, con i fondi sovrani stranieri, e di reclamarne la remissione, anche parziale.

Un’ipotesi che si rivela assolutamente legittima perché un debito così pesante impedisce la crescita e lo sviluppo economico e lascia gli Stati in una condizione di sottomissione nei confronti delle banche centrali e dell’Unione europea e viene ripagato in termini di cessione di sovranità nazionale. Con debiti così alti, Stati membri come l’Italia, la Francia e la Spagna su tutti, non hanno alcuna speranza di futuro.

Il clima economico è assolutamente negativo per i popoli, quello tecnico burocratico non è dei più promettenti. Abbiamo assistito ad esempio alla proposta della direttiva BRRD, sul risanamento e la risoluzione delle banche, votata dal Parlamento europeo che ha così permesso alle banche in difficoltà di risanarsi attingendo ai risparmi dei loro clienti.

Che cosa dobbiamo aspettarci ora se due banchieri, Macron e Draghi, al comando dei rispettivi Governi, deterranno le chiavi di due delle tre principali potenze della zona euro?

Lo sapremo tra qualche mese. Per adesso secondo la prassi consolidata di questa nostra democrazia che sembra poter riparare alle sue carenze ricorrendo solo alle “riserve” della Repubblica e mai al ritorno al confronto elettorale, Mario Draghi diventerà personaggio politico e sarà nominato forse anche senatore a vita oltre che Presidente del Consiglio tra gli applausi ruffiani del popolo italiano.

Eugenio Preta

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