Cambio di sesso: un processo senza ritorno

Nei contratti relativi alla fornitura di logiciel e di sistemi informatici, sulla falsariga delle condizioni di divorzio nei contratti matrimoniali, un aspetto essenziale è rappresentato dalla reversibilità. Un concetto che serve proprio ad evitare che il fornitore possa prendere in ostaggio il cliente obbligandolo a clausole contrattuali che certamente non si esauriscono alla risoluzione del contratto.

La reversibilità è quindi un esempio del principio di precauzione che non è altro che la previsione di un evento che potrebbe risolversi negativamente per chi domanda un servizio.

Purtroppo nella vita reale funziona diversamente da come avviene nel mondo informatico, una differenza che diventa ancora più marcata quando si parla delle incongruenze di genere, il malessere percepito dall’individuo che non si riconosce più nel sesso che gli è stato assegnato alla nascita. Una incongruenza definita oggi disforia di genere e riconosciuta scientificamente come disturbo dell’identità fino a che questo termine non è stato stigmatizzato dal nuovo pensiero dominante.

Prendiamo l’esempio di una persona che si sia fatta operare per cambiare sesso: un’effettiva “andata” che non implica un “ritorno“ a causa delle procedure chirurgiche certamente complicate la cui reversibilità risulta spesso impossibile e a cui si aggiungono le complicazioni ormonali survenienti.

A volte accade che alcune di queste persone si pentono, poi, delle modificazioni imposte al proprio corpo, mutamenti che implicano gravi effetti secondari come dolori fisici, senso di ansietà, depressione, senza contare che non si potrà mai più ritornare così come si era prima degli interventi.

Oggi siamo arrivati al paradosso che, invece di poter condividere i problemi survenienti, chi ne dovesse fare cenno incorrerebbe nella furia delle lobby LGBT+1, sempre poco propense a perdere il loro effetto di moda corrente, di condizione per privilegiati, con la conseguenza di bloccare sul nascere ogni tentativo di pur semplice informazione.

Un recente studio pubblicato dalla dott.ssa Lisa Littman, ricercatrice del dipartimento di scienze sociali dell’Università privata di Providence, Rhode Island, specializzata nella disfunzioni relative al mutamento di genere, su un campione di centinaia di casi, riporta che il 49% delle persone che hanno effettuato un cambiamento di genere hanno denunziato effettivamente le complicazioni mediche a cui sarebbero poi andate incontro e che il 55% ha confessato di non aver avuto una diagnosi preventiva adeguata da parte di uno specialista di salute mentale.

Lo studio risulta, in definitiva, una denunzia del sistema sanitario americano dove l’esercizio della medicina è diventato una semplice prestazione di servizio a titolo oneroso che tiene in bassissimo conto la necessità di contare su una diagnosi preventiva affidabile. Una precauzione che viene accantonata quando si presenta l’occasione di una complessa e ben remunerata operazione chirurgica.

La logica però ritorna prepotente quando il test della dott.ssa Littman riporta che solo 24% di quelli che hanno optato per il cambiamento di sesso hanno effettivamente ritenuto opportuno doverne informare il proprio medico: una media molto bassa che dovrebbe incitare alla prudenza, ma tutto sembra inutile. Piuttosto il potere insiste e firma: un padre di Vancouver che si era opposto al cambio di genere di sua figlia e continuava a reclamare la fragilità psicologica della figliola, cosa che avrebbe dovuto portare i sanitari a impedirle la richiesta di cambiamento, si è visto condannare invece a sei mesi di prigione.

A questo punto, se medici e giudici diventano complici, appare difficile tutelare le giovani generazioni per il futuro quando sarebbe invece necessario allargare l’applicazione del summenzionato principio di precauzione anche ai disturbi della personalità – patologie che sfociano poi in complicate operazioni chirurgiche – anche se pleonasticamente queste turbe sono depotenziate e declassate come semplici “disforie di genere”.

Eugenio Preta

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