SULL’IDENTITA’ NAZIONALE SICILIANA

“(…) ma voi non siete costretti a dire agli Algerini che sono Francesi, mentre noi, circostanza aggravante, siamo costretti ad accordare ai Siciliani la qualifica di italiani.” –

Indro Montanelli (Le Figaro Litteraire, 1960)

Trapani, 1 settembre 2006

Leggiamo dall’inserto “Domenica” de Il Sole 24 ore del 13 agosto 2006 un articolo dal titolo “La Grecia che è in noi” a firma di Salvatore Settis.


Spulciamo qua e là nel fondo dell’austero quotidiano milanese:
“C’è molto di greco in Italia, c’è molto di romano in Grecia…Dopo
l’evento decisivo nella fondazione dell’Italia unita, l’annessione del
Regno di Napoli [più propriamente “delle Due Sicilie” essendone il primo
solo la parte continentale, nostra la rettifica] alla corona dei Savoia
(1860), quasi metà del nuovo regno aveva un passato più greco che
romano…

Il passato greco di buona parte d’Italia, al contrario, non era un
buon ingrediente per la nuova coscienza nazionale dell’Italia unita
(che aveva in Roma il suo centro di gravità) e si prestava male anche alla
definizione di coscienze locali, contraddittorie rispetto all’idea
unificante di un’Italia tutta governata da Roma. A questo scopo “serviva”
assai di più il passato autoctono, romano, italico o etrusco. Le
antichità regionali della Penisola furono, ciò nonostante, esplorate … ma
quella greca non poteva essere che una fra esse …e in ogni caso
interessava solo l’Italia meridionale e la Sicilia: dove contribuendo a
definire identità sub-nazionali, si presentava come un dato potenzialmente
centrifugo.

Insomma l’Italia unita costruì la propria immagine e la propria
tradizione accentuando Roma e marginalizzando la memoria della propria “Grecia
interna”, che vi ha lasciato impronte di straordinaria potenza e
durata…”

Le avessimo scritte noi de L’Altra Sicilia-Antudo queste note avrebbero detto
che siamo i soliti eversivi anti-nazionali.

Il vero fatto è che il sud estremo d’Italia (Calabria e Salento) e la
Sicilia hanno una profonda radice solo debolmente richiamabile
all’identità italica.

E’ pur vero, però, che i debiti nei confronti della civiltà latina
classica non sono meno potenti e la loro persistenza mentre l’Italia
propriamente detta prendeva altre strade, anche per gli influssi longobardi
e, in genere, barbarici, giustifica somiglianze linguistiche altrimenti
inspiegabili quali quelle tra lingua siciliana e lingua corsa. Ma il
sostrato greco o la forte influenza franco-normanna sono del tutto
peculiari della Sicilia (e delle penisole estreme italiane) con un’influenza
decrescente man mano che si risale il “regno di Napoli”, per spegnersi
del tutto alle porte del Lazio o nell’Abruzzo settentrionale.

Di questa identità super-classica erano consapevoli i “nazionalisti”
del Settecento siciliano che si sentivano più greci dei neo-greci e più
latini degli italiani, che sentivano la poesia arcadica come una sorta
di genere letterario nazionale, come lo stesso vate Giovanni Meli, il
quale seppe infondere ad un aulico e spento genere letterario la forza
poetica di una Sicilia antichissima che risaliva a Teocrito.

Ma questa identità siciliana,che al di là dello Stretto diventava del
tutto “nazionale” anche per la persistenza plurisecolare di uno
stato-nazione nato da una rivoluzione nazionale (il Vespro), si doveva
nascondere dopo l’Unità d’Italia, almeno nella cultura ufficiale, proprio come
dice il fondo del Sole 24 ore.
I Siciliani dovevano essere “italiani” e basta, a costo di importare in
Sicilia (come si fece nel fascismo) modelli architettonici
“rinascimentali” alieni o a costo di dire, con il Croce e Gentile, che la cultura
siciliana era “sequestrata” per secoli alla comunità italiana, incapace
di esprimere un linguaggio artistico originale, … vergognose sono le
pagine del filosofo napoletano contro un barocco che non conosceva
…vergognose le parole del filosofo siciliano che non capiva che per
secoli la Sicilia non era “sequestrata” ma era una cultura nazionale
autonoma, anche quando scriveva in lingua italiana.

Non si doveva sapere di quel buon 50/60 % di sangue e cultura greca, in
gran parte dorica, che ci portiamo dentro. Gli studenti siciliani
dovevano conoscere più Pericle (ateniese) che non i Dionigi (Siracusani).
Non si doveva e non si deve sapere che tra il ‘300 e il ‘400 la Sicilia
aveva addirittura conquistato mezza Grecia, trasformandola in feudo
siciliano (il Ducato d’Atene e di Neopatria) ai tempi del gloriosissimo
Federico II d’Aragona, per poi perdere questo possedimento solo sotto i
colpi dell’Impero Ottomano e quando la Sicilia, agganciata all’Aragona,
non era capace più di politica estera autonoma.

Non si doveva e non si deve sapere. La storia già era scritta e
inculcata negli scolaretti sin dai primi anni: solo dominazioni! Solo
dominazioni fino al “redentore” Garibaldi.
Ma sotto la cenere covava la resistenza di intellettuali coraggiosi,
bollati dai ruffiani del potere italico come “sicilianisti”, come lo
storico Padre Ignazio Sucato, prete ed instancabile amante delle cose
siciliane, il quale faceva risalire l’idioma siciliano non dalla
“corruzione” del latino ma addirittura del “siculo” a quello assai affine e
riconoscendo i debiti fondamentali nei confronti del greco e del francese, e
quindi attribuendo al siciliano un’antichità pari solo a quella
dell’ebraico.


Invenzione?


Realtà?


Amore cieco per la propria Terra?


Forse sì,
ma meglio questo all’oblio impostoci per renderci orfani di identità,
come figli strappati ai genitori ed orbati soprattutto della loro
memoria, costretti ad amare una matrigna che – come diceva Buttita – “ni
chiama figghi pi nciuria”!

Ufficio stampa

L’ALTRA SICILIA-ANTUDO

Il Movimento politico dei Siciliani “al di qua e aldi là del Faro”