Aspettando…

Viviamo un’epoca di strane contraddizioni.

A reggere le sorti del Paese si è profilata una schiera di neofiti delle istituzioni, una coorte di cicisbei proni al re sole ma altezzosi con i sottoposti.

La politica, quella con la p maiuscola, ha ceduto il posto all’improvvisazione; si improvvisano ministri e sottosegretari il cui unico merito è quello di gravitare nell’orbita del tiranno. E raccolgono il frutto delle loro adulazioni ricevendo scranni e responsabilità che non avrebbero mai immaginato.

Capi partito si defilano in una corte dorata trascinando, nella loro transumanza, tutto un gregge di dirigenti di un partito che prima non c’era e oggi si è evaporato nei fumi dell’illusione.

Se apriamo i portoni sentiamo cantare le attrici di Roma con arie di Fleur Jagy, vediamo camerieri indaffarati ad arrabbattare masserizie, cuochi senza pentole, il pesce del lago.

Ma la gente sta a guardare ed aspetta…

Come a Napoli dove si crede alla cabala e all’Onnipotente, ma nei vicoli si continua a gettare figli e spazzatura fuori casa, tanto la strada è di tutti.

Come a Milano dove si sventrano quartieri senza bisogni, in nome di una modernità che porterà brutture architettoniche grandi firme, e ancora fumi e veleni.

Come a Catania dove un candidato sindaco credibile non trova il supporto di 200 mila (duecentomila) euro per affrontare la sua campagna elettorale.

Come a Roma dove l’euforia dei vincitori trascina insospettati artisti al seguito.

Come a Bruxelles dove sfilano candidati, imbroglioni se il giudice dirà cosi’, tanto eccellenti da mettere 500 mila (cinquecentomila) euro sul tavolo del partito per essere eletti come rappresentanti delle comunità che si rompono all’estero, pur abitando egli stesso, a Roma

Ma tutto passa, tutto si dipana, le antiche convinzioni lasciano il posto a nuove credenze, fugge il tempo mentre le vicende della nostra società si prendono il quotidiano e ci confondono nelle atmosfere.

La gente osserva i fuochi che ardono un po’ dappertutto e aspetta il grande incendio che farà cenere delle nostre vergogne, ma intanto continuano ad avvelenarci e ci servono il caffé, possibilmente a Napoli, a margine di un consiglio dei camerieri del Presidente che si riunisce per decidere niente, come da copione.

Napoli, e ci ritorna in mente la corte del Borbone, gli ostelli per gli anziani, le banche, la regia marina, ma anche i “cafuni” o i traditori, i generali che hanno abbandonato le truppe in Aspromonte o a Civitella del Tronto o, nel vallo della Lucania,

Ora tutto é un girone dantesco, fumo e pestilenti odori, e la gente sta a guardare mentre qualcuno si rimbocca già le maniche. No, signori, non è camorra, è gente comune che non ce la fa più.

Napoli, la città dei sarti e dei camiciai, delle botteghe del profumo.

Napoli sventrata dal suo stesso destino maledetto.

Napoli, metafora di un intero Paese, della fine di un’epoca, dell’educazione delle famiglie, del rispetto del vecchio padre, della generosità e della solidarietà divenuta uomo.

Napoli, metafora del mondo contemporaneo avvelenato dai suoi stessi odori ma sempre pronto a ricominciare con faraoniche invenzioni di strade e quartieri. Si’, ma la raccolta differenziata? Quando finiranno i siti di stoccaggio (putrescenti terreni coperti di plastiche) dove metteremo i rifiuti ?

Quando dopo Napoli arriverà Roma al collasso e poi Palermo, Catania, e chissà quante altre città, che cosa faremo? Quale commissario del governo ci salverà dai nostri stessi escrementi?

Fuggono poi le coorti indecise se scappare in Svizzera o riparare in Valtellina. Scelgono la Svizzera e suono’ la distruzione.

Oggi pero’ che tutto diviene relativo, viviamo alla giornata increduli del presente, senza immaginare il futuro, certi solo del passato che insegna anche a chi non vuole imparare.

Gente della mia terra si farà ancora abbindolare da maghi e fattucchiere quando presenteranno a Messina e a Catania candidati modello di partito che non esiste e poi si lamenteranno, come d’abitudine, di non riuscire ad andare avanti.

Chiederanno aiuto a quelle maschere che hanno eletto alle cariche più alte della citta e troveranno portoni sempre chiusi. Almeno per quelli che non sono iscritti tra i servi.

Ufficio stampa – L’Altra Sicilia