500 milioni di euro sotto i mari

Com’è nato il gigantesco buco che rischia di portare Catania al dissesto? Dall’anno di grazia 2003 ad oggi promozioni a pioggia, bilanci virtuali, ardite operazioni finanziarie fallite, aziende partecipate-gruviera…

Molti a chiedersi com’è stato generato questo gigantesco buco che ha portato Catania sull’orlo del dissesto economico.
Molti a chiederselo, non tutti, pochi a cercare di trovare le risposte.

Che pure, spiegano i tecnici, stanno nelle carte, in quelle carte che la Guardia di Finanza è andata a sequestrare a Palazzo degli Elefanti e dentro cui la magistratura starebbe cominciando (o continuando) a leggere con molta attenzione.

L’anno di grazia cui far risalire il vero salto in alto di questa crisi è il 2003, primo degli anni per cui ancora adesso, e per altri pochi giorni (scadenza il 30 settembre) il bilancio è paurosamente aperto e potrebbe portare dritti dritti al dissesto se qualcuno (ma chi, ma come, ma quando???), non interverrà. La città si presenta con un bilancio di previsione molto virtuale, nel senso che vengono inserite cifre e somme che potrebbero essere e dovrebbero essere potenziali entrate. Ma non è detto.

Non è detto, per esempio, che si incassi tutta la Tarsu prevista, né l’Ici. Anzi considerata la difficoltà a riscuotere queste imposte, forse bisognerebbe essere più cauti. Ma qui si calcola quel che deve essere, non quel che sarà possibile che sia. All’incirca 1/3 del totale è quanto si incasserà. Ma nel bilancio di previsione c’è il 100%.
Nello stesso anno, esattamente a cavallo tra 2003 e 2004, Catania dà vita ad un’operazione ardita che dovrebbe portare un bel po’ di quattrini: vengono emessi i Boc, i Buoni del Comune. Circa 40 milioni di euro iscritti a bilancio, perchè l’operazione realizzata con un istituto bancario è di quelle ghiotte e ricche.

Peccato che andrà buca e anzichè con 40 milioni in più nel portafogli, il Comune si ritroverà con 40 milioni in meno, perchè la chiusura dell’operazione sarà totalmente ingloriosa.

Nel frattempo, la legge lo consente, e il Comune procede alle progressioni di carriera di gran parte del personale comunale, circa l’80%. Il costo dell’operazione sarà dal quel momento di 8/10 milioni all’anno in più per l’Ente. Altri 12 milioni l’anno, secondo chi ha studiato i conti passati e recenti, costa l’operazione che porta alla stabilizzazione di circa un migliaio di Lsu.

Lo ha fatto anche Palermo, ma li ha caricati sul governo regionale. Qui, invece, il Comune fa tutto da sé, tranne una parte marginale pagato dal governo regionale. Ci sarebbero da aggiungere altri 3 milioni in media l’anno di costi per 300 o 400 mobilità, più un po’ di altri quattrini, milioncini piccoli… per consulenze varie ed eventuali. Ma la botta finale, che matura di giorno in giorno, di anno in anno, è il costo delle partecipate, qualcosa come 100 milioni l’anno, in cui l’Amt fa la parte del gigante.

In questo quadro di città che va a rotoli, mentre tutti coloro i quali dovrebbero controllare, verificare, coloro i quali governano i bilanci comunali e coloro i quali spendono, negano che ci sia un problema finanziario in corso, Catania mantiene il suo cuore d’oro. Non aumentano i biglietti dell’Amt, non aumenta l’Ici, non aumentano altre imposte locali, nessuno va a suonare alla porta degli evasori e circa 4 milioni di euro vanno “in cenere”, quelli, cioé, restituiti per sbaglio ai dipendenti comunali.

Spiegano i tecnici dei numeri che la situazione è questa all’incirca, milione in più, milione in meno. Fatte le somme si arriva, giusto appunto, a circa 500 milioni, quelli quasi universalmente riconosciuti. Ormai.

Andrea Lodato
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