Le mezze verità e le menzogne di Benigni a Sanremo 2011 [di Alphonse Doria]

Per capire bene, l’esegesi di Benigni  sull’inno di Mameli, bisogna iniziare dalla parte finale del suo intervento a Sanremo 2011, precisamente dalla sua toccante interpretazione cantata. La scena è semplice, un giovane che crede al Risorgimento si trova nell’aperta campagna, a lottare per l’Italia Unita, trascinato dal suo idealismo canta con il cuore, per se stesso, quest’inno scritto dal giovane ventenne Mameli, fino alla fine: “Stringiamoci a corte/Siam pronti alla morte/L’Italia chiamò”. Tutto fa presagire che quel giovane un istante dopo sarà raggiunto da una scoppiettata e morirà in quel passato remoto per il nostro presente. Anche perché questa morte è stata bene annunciata da Benigni e ripetutamente, in maniera da farci sentire vicini, al quel giovane, “figlio, fratello”. Un mio interrogativo è: chi ha ucciso quel giovane?

Da precisare che il giovane Mameli, fu ferito in maniera lieve dalla baionetta di un commilitone accidentalmente in una gamba nella difesa della Villa del Vascello  nel 1849, l’infezione lo uccise ventunenne il 6 luglio dello stesso anno. Da precisare che in quella occasione Garibaldi ha condotto un combattimento veramente  pietoso, a dimostrazione che quando il nemico, pur non essendo motivato ideologicamente, non è corrotto con le tangenti massoniche transnazionali,  esce fuori la mediocrità militare del tanto decantato generale. Ma è un altro discorso, torniamo sul palco di Sanremo del 17 febbraio 2011, dove troviamo ormai disteso morto il giovane combattente risorgimentale.

Quel giovane credeva in un risorgimento di Popoli contro le tirannie, un risorgimento che univa questi stati liberi, gli uni rispettosi degli altri, in poche parole un risorgimento confederale. Quel giovane, come Mameli ha scritto, pensava: “Nemico nostro è il governo di Napoli, ma più tremendo nemico, perché vestito di sembianze amichevoli, è quel di Torino“[1] Quel giovane vide traditi i suoi ideali quando proprio il tiranno Piemontese si appropriò della sua lotta, del suo sangue della sua vita, per il solo motivo economico di depredare uno stato ricco come quello Duo Siculo. Quel fuoco che uccide il giovane interpretato da Benigni, arrivato appena prima con il cavallo, arriva inaspettatamente non dal fronte avversario ma “vestito di sembianze amichevoli”, il piombo è quello avvelenato dalla menzogna massonica perpetrata ai danni di tutti noi spettatori impreparati a tale performance. Negare, od omettere, la verità storica è come uccidere il passato è come uccidere ancora una volta tutti quei giovani, come nostri figli, nostri fratelli che credevano veramente alla libertà, alla indipendenza dei propri Popoli in una nazione confederale giusta e non in una nuova colonizzazione, solo un cambio di tiranni…

Il discorso di Benigni è molto banale, poco culturale, scolastico e incerto, si nota la ripetizione continua  dell’aggettivo memorabile, intessuto di propaganda partitica, arroganza e odio, tutto farcito con 250,00€ pagati da noi “abbonati Rai”. Io direi tartassati Rai, perché non ho fatto nessuna scelta volontaria, sono obbligato a pagare per un servizio per la maggior parte ricolmo di propaganda di tutti generi e di ogni modo occulta e palese. Benigni affronta la questione dicendo che quella era una serataccia perché su RAIDUE vi era Santoro, pertanto conveniva a “Si…lvio”, o a chi non era d’accordo ad andarsi a coricare.

Benigni durante la sua performance accenna: “L’Italia divisa in tre” Quella delle tre macro regioni è un idea trasversale da destra a sinistra, già avevo scritto in SEDOTTI & ABBANDONATI a riguardo:

“La mia memoria è stato sollecitata dalla lettura dell’articolo di Gaetano Savatteri L’idea di Letta: cancellare la Sicilia pubblicato a pagina 30 sulla rivista S n°28 anno 4 giugno 2010 Società editrice Novantacento s.r.l. Palermo, direttore responsabile  Francesco Foresta.

Il bravissimo Savatteri nell’articolo ha paragonato il vicesegretario del Partito Democratico Enrico Letta al maresciallo del film. “Ha provato a immaginare come sarebbe più semplice e meno faticosa l’Italia senza la Sicilia, ma pure senza la Calabria e la Campania. Senza queste tre regioni, ha detto Letta, l’Italia avrebbe dei parametri economici pari a quelli di Germania e Francia.” Testualmente Letta dice: “Il Sud rischia sempre più di affondare, non è più tempo di nascondere la testa sotto la sabbia”.

Per chiarirci le idee, per il vicesegretario del PD, il Sud è zavorra e va sganciato via. Non tutto il Sud però, il giornalista spiega nell’articolo che la Puglia e la Basilicata, dove il PD ha vinto le elezioni, vanno salvate.”[2]

Ma il concetto confederale, viene confuso appositamente da Benigni e se ne guarda bene dall’approfondire. Chi è un autentico indipendentista (confederalista) non vuole dividere l’Italia, anzi vuole togliere quelle barriere, quei confini di separatezza già esistenti e che mortificano le speranze di tutti, vuole la riconoscenza dei Popoli e l’autodeterminazione a pari dignità, questo non significa, odio culturale e politico ne assoggettamento economico, significa pace e comprensione, libertà, sviluppo e giustizia fra tutti.

Non mi aspettavo il suo elogio alla casa Savoia, capisco la decadenza ideologica, ma mai potevo immaginarmi così in basso, caro compagno Benigni… Per precisare in fine che la dignità regale da quella ducale l’hanno avuta il 22 settembre 1713 a spese del Popolo Siciliano, quando a Torino, alla presenza degli ambasciatori siciliani, Vittorio Amedeo II di Savoia assumeva il titolo di re di Sicilia. Vi è un canto popolare siciliano che nell’evidenziare un luogo di desolazione si esprime così: “pari ca cci passò casa Savoia!” Questo per fare intendere che in sette anni hanno spazzato tutto ciò le era stato possibile della Sicilia. Poi per non parlare di Vittorio Emanuele II, Benigni riporta l’appellativo storico “il re Galantuomo!”. Assolutamente non meritato in quanto è stata una leggenda degli storici Piemontesi su un fatto infamante del re, in quanto non è vero che si era opposto alle richieste di Radetky di abolire lo statuto albertino perché animato da sentimenti patriottici e per la difesa delle libertà costituzionali, ma anzi aveva promesso la sua opposizione decisa ai democratici, “disse di voler diventare amico degli Austriaci e ristabilire a un maggior grado il potere monarchico”[3]. Per non parlare della sua condotta abbastanza licenziosa con le donne, tante furono le amanti e le sedotte con una bella folla di figli bastardi generati da tali relazioni.

Passiamo alla dichiarazione di amore di Benigni a Cavour, come politico statista, poi allude ad un finto scandalo dello statista occasione per ironizzare su Berlusconi. In realtà la figura di Cavour è molto discutibile sia per le sue idee poco democratiche, sia per come operò senza nessun ritegno, al punto di sacrificare la nipote, come escort, usiamo un termine moderno, la contessa Virginia di Castiglione, la quale ha avuto argomenti “politici” più convincenti nell’alcova, tanto da riuscire a fare invaghire l’imperatore Napoleone III ad farlo appoggiare  la politica espansionistica del Piemonte. Il sacrificio della sua nipote fu equiparato alle nozze della figlia di Vittorio Emanuele II, Maria Clotilde, poste da Cavour come ragioni di stato, con il principe Girolamo Napoleone, nipote dell’imperatore francese, che gli storici definiscono un autentico “depravato”. Argomentare su Cavour ce ne vuole carta e tempo … questa fase storica risorgimentale massonica è piena di intrighi e di retorica tanto che la verità è così insabbiata da lasciare poco ad una analisi completa su i fatti oggettivi.  Il primo a respingere ufficialmente una richiesta di aprire gli archivi di stato, o quello che ne rimaneva dal 1815 in poi e nel 1912, fu Giolitti[4], il quale disse in Parlamento che altrimenti ne sarebbe derivato un considerevole danno allo Stato. Quando morì Cavour, il re fece requisire molti documenti, altri furono completamente distrutti. Lo stesso Alessandro Luzio[5] definì i documenti ufficiali un cumulo di inesattezze e che era stato operato un occultamento della verità storica.

Continua la propaganda di Benigni con Giuseppe Garibaldi, voluto dalla loggia massonica del Grande Oriente d’Italia come mito fondante della nazione Italia quando ormai si sa benissimo che è stato creato minuziosamente. Nella biografia scritta dall’inglese Lucy Riall, docente di Storia al Biberck College dell’Università di Londra, intitolata “Garibaldi. L’invenzione di un eroe”, ed Laterza, si legge che: “la celebrità di Garibaldi fu il risultato di una precisa strategia politica e retorica” e che lo stesso fu “abile controllore della propria immagine e ben consapevole del nesso che già allora andava creandosi tra politica e sistemi di comunicazione di massa. Il mito di Garibaldi  può non corrispondere alla realtà, ma fu senza dubbio efficace … la popolarità di cui godette ci offre importanti spunti per comprendere la più generale funzione dei miti nell’ambito dei movimenti nazionali…”.[6]

Il 20 settembre 2007, in occasione dell’anniversario della presa di Roma e della caduta del Papa Re, il Gran maestro del Grande Oriente Raffi dice: “Garibaldi torna ad essere vivo e insieme a Garibaldi, mito fondante della Repubblica, mito fondante del Risorgimento, o del Risorgimento stesso come mito fondante della Repubblica, della Nazione italiana, farà sì che i separatismi vengano visti con sorriso e si guardi oltre” Penso che l’utilizzazione di Garibaldi come “mito fondante” è un idea al quanto pericolosa e chiara della pericolosità massonica tutt’oggi. I miti fondanti dell’antica Roma furono Romolo e Remo, il mito fondante dell’Italia è un massone. Così nelle scuole, dalle elementari in poi si studiano i miti e le leggende come verità storiche nella completa negazione di quella vera.

Una nazione ad uso e consumo di un organizzazione segreta e internazionale che lotterà ancora una volta contro la realtà storica dell’indipendentismo dei popoli come quello Siciliano e Sardo.

Benigni arrivò a dire che Dumas andava dietro a Garibaldi con il taccuino, ed è vero! Il 20 luglio del 1860 a Capo D’Orlando, i morti furono così tanti, quasi 800, nonostante i feriti, nelle file garibaldine (piemontesi). Proprio questo numero elevato di morti, questa cruenta battaglia, doveva essere coperta mediaticamente, perché non lasciava dubbi in una cattiva conduzione da parte dell’Eroe. A questo ci pensò Dumas, che guarda caso, dicono gli storici garibaldini massoni, si trovava a navigare nel Mediterraneo, è venuto in Sicilia e si è trovato nelle acque di Milazzo il giorno della battaglia. (Giuseppe Garibaldi di Alfonso Scirocco Pagina 240 Edizione RCS Quotidiani SpA Milano 2005 –Corriere della Sera). Alessandro Dumas romanzò la battaglia di Milazzo depurandola dagli episodi meschini e crudeli, inviò, dalla vicina Barcellona, ben quattro lettere al Carini che pensò insieme a l’alto comando garibaldino di diffondere in tutti i giornali, anche esteri. Lo stesso Cavour (dicono ingenuamente alcuni storici che non lo considerano l’artefice)  si lasciò condizionare da tale manovra e diede il suo benestare a Garibaldi di oltrepassare lo Stretto.

Continua il comico con “il Piemonte, questa regione che ci ha dato tutto …”. Direi che il Piemonte ha preso tutto dopo avere demonizzato e caricato di pregiudizi razziale una precisa area geografica corrispondente al regno borbonico, ha letteralmente colonizzato con danni, ancora evidenti dopo 150 anni e vantaggi per quell’area geografica corrispondente alla Padania, tutt’oggi evidenti e senza bisogno di occhiali. Per questo motivo è difficile per noi Siciliani festeggiare.

Arriva così al 48, Benigni salta il 48 Siciliano per parlare delle 5 giornate di Milano. Eppure la rivoluzione siciliana ha avuto un esito positivo, si stabilì a Palermo il parlamento rivoluzionario indipendentista dalla corona borbonica. Il 12 gennaio del 1848, promisero per regalo di compleanno al tiranno Borbone la rivoluzione e puntualmente si attuò con successo. Negata alla storia, negata nelle scuole, negata anche a Sanremo con Benigni, perché la Sicilia non può essere motore degli eventi storici, è ancora la terra della rassegnazione, dell’oblio, del silenzio.

Voglio lasciare qui la mia analisi penso che basti.

Alphonse Doria


[1] Goffredo Mameli, Fratelli d’Italia. Pagine politiche, curato da David Bidussa – Feltrinelli 2010

[2] https://www.laltrasicilia.org/modules.php?name=News&file=article&sid=1544 (9 giugno 2010)

[3] Vittorio Emanuele II, di Demis Mack Smith Edizione Laterza – Bari – 1977

[4] Giovanni Giolitti nato a Mondovì il 27 ottobre 1842 morì a Cavour il 17 luglio 1928 è stato un politico italiano, più volte presidente del Consiglio dei ministri.

[5] Alessandro Luzio nato a San Severino Marche il 29 settembre 1857 morì a Mantova il 20 agosto 1946 di fede monarchica, fu un giornalista, storico e archivista italiano, nel 1918 responsabile dell’Archivio Sabaudo di Torino.

[6] http://spazioinwind.libero.it/claudioitaliano/garibaldi.htm Giorno 22 giugno 2008 ore 18,46