Un’estate siciliana

In questa estate ho evitato occasioni mondane di svago e serate organizzate ai tavoli di allegre brigate forestiere e ho deciso di tornare nella mia terra. Non mi andava di ricercare anonime compagnie in luoghi anonimi, così ho preferito trascorrere le mie vacanze a casa, in Sicilia, quasi per riattivare il mio “nostos” smarrito nelle pieghe di “Nord lontani”, decidendo di utilizzare l’automobile solo per ritrovare quei percorsi e quelle fatiche che avevo ormai dimenticato nell’opulenza di veloci voli organizzati e, forse, anche per verificare di persona le condizioni di questo nostro paese, cosa che puoi fare solo percorrendolo in lungo e in largo, come dobbiamo fare noi figli della Diaspora, quando procediamo verso casa.

Non racconterei niente di nuovo se parlassi della desolazione dei capannoni industriali dismessi della Lombardia o delle fattorie agricole emiliane, una volta pulsanti di attività, ora riconvertite in asettiche dimore milanesi di lusso, delle ordinate stoppie nelle fredde colline toscane o di quella allegra euforia che ti prende quando superi la linea autostradale di Cassino e il ricordo di quel passato inutile eroismo. Territori e persone che sfilano dai finestrini a dimostrare la varietà e le differenze di un popolo che ancora esistono, se mai ne siano state cancellate.

E quando arrivi in dirittura finale, prima del ferribotto, beh, qualcosa di nuovo pare sia effettivamente avvenuto: l’autostrada è ultimata, eccetto le ultime gallerie della punta continentale e proprio queste gallerie hanno disegnato un nuovo percorso che sicuramente velocizza e razionalizza il cammino ma, alla fine, cancella la magia di quella visione improvvisa dello Stretto, all’uscita dell’ultima galleria di Scilla, che ci aveva stregato e sempre emozionato (…per chi ha la sensibilità di averlo notato).

Così, dal traghetto, la mia terra si è aperta in un abbraccio “ffruntato”, pudica nel mostrare le sue coste sfigurate dal cemento di stupide villette o nelle colline sventrate da improbabili condomini, eppure sempre splendete di una luminosità sfolgorante, quella che solo l’Isola sa offrire e non solo nella bella stagione. ” Sicilia evoca fantasmi non belli, ed io sono venuto a lei con curiosità ostile”.., ritoccando la visione dell’occidente di André Malraux, mi sono così messo di fronte alla mia responsabilità di esule.

Innanzitutto comincio col ripetere che, avvicinandosi dal mare, l’Isola non sembra più quel paesaggio di colline verdi degradanti vero il lido, villaggio dei nostri ritorni, ma un proseguimento di Calabria, interrotta da uno striscia di mare, uno “stretto indispensabile”; più che ad una cartolina di propaganda Enpt fa pensare alle atmosfere di un quadro di Antonello, quella crocifissione che avvilisce e avvicina al Golgota.
Colline scarne, stoppie bruciate e improbabili costruzioni che lacerano il paesaggio una volta magnifico.

L’anelito politico poi sembra oggi svanito (sarà l’estate), e la voglia di sospendere l’impegno sembra aver conquistato anche le menti migliori, così si rimane come affidati al ministro presidente Crocetta, alle isterie e alle ambizioni che gli sono proprie, nonostante gli sforzi “ricostituenti” della pattuglia del M5S. Ma sbaglieremmo se inquadrassimo l’atmosfera dell’isola solo nel quotidiano di Crocetta o dell’ARS.

Essi sono rimasti un pezzo variabile di un copione immutabile che si accende saltuariamente quando la rappresentazione vira alle elezioni. Poi il silenzio; a nessuno frega niente e la conseguenza è l’ endemica… accettazione.

Ecco, accettazione. Oggi pare che la Sicilia sia in ginocchio, in accettazione perenne di quanto possa succederle (rido ripensando alla barzelletta di quell’ernesto perduto nella foresta e attaccato dagli scimmioni Bingo, Bongo e Bango…)

Non interessa a tutti il Muos,e le conseguenti battaglie per la salute, proprio perchè il Muos non tocca direttamente Messina o Trapani, ma solo i nisseni, i comisani che possono così essere convinti alla mobilitazione, alla protesta. Se non mi tocca direttamente, me ne frego.

Nessuno si convince più dell’abbassamento delle diarie parlamentari, facendo poi finta di non sapere che gli sprechi maggiori sono negli uffici e nelle segreterie assembleari, nelle nomine addolcite delle compartecipate, fulcro del voto di scambio, del precariato e, conseguentemente, della nuova emigrazione. La politica non è determinata da comportamenti o da esigenze ma viene semplicemente accettata.

Così è il Paese reale che mi ha colpito nelle sue quotidianità. Una per tutte, contraddittoria, cangiante, saracena: ho percorso, ad esempio, 8 volte, l’autostrada per l’aeroporto di Palermo, un deserto nel tratto della provincia messinese – , segno inequivocabile del blocco di ogni attività economica, della fine dei conseguenti consumi e della crisi drammatica addormentata solo dall’estate ma pronta ad esplodere in tutta la sua gravità -, ma regno di novelli ferraristi a partire da Termini imerese. Però non è l’educazione stradale ad avermi colpito quanto piuttosto la convivenza dei bagnanti della Conca d’oro con la spazzatura. Accettazione, appunto, dicevo prima…

Località che non temerebbero paragoni con i centri di villeggiatura più celebrati, vecchie tonnare che lambiscono le onde immobili di un mare colore di arance, pietre e muri a secco che scendono fino al mare ma abbracciate da tonnellate di rifiuti lasciati sui marciapiedi tra deambulare imperterrito di infradito e T-shirt improbabili, cittadini, appunto, in accettazione perenne… Ma è Ferragosto,… vuoi metterti a protestare proprio nel giorno dell’anguria e della pasta al forno consumata tra tende beduine piantate su spiagge oggi libere ma proprio per questo non più come una volta, ordinate ed incontaminate dall’imbecillità odierna. Domani si vedrà, immaginando le battaglie stradali per il ritorno a casa, dopo il sole e l’abbuffata di mezza estate.

Intanto la spazzatura è rimasta negli angoli di quelle strade.

Che dire poi di un aeroporto che non teme confronti con quelli del terzultimo mondo, sprovvisto di servizi telematici che possano aiutare gli imbarchi, con parcheggi inesistenti, eccetto il salatissimo a “breve durata”, (tanto ci si accosta davanti all’entrata e dell’ingorgo..; chi se ne frega), in balia di maleducati operatori, preda di orde fameliche non di turisti ma di siciliani di ritorno da mete tropicali, come se in Sicilia non si trovassero spiagge e luoghi altrettanto belli e per di più “a gratis”. Così’ Torretta, Marina di Cinisi, Capaci, Isola delle Femmine, Scpello, etc….restano luoghi di antica bellezza ma di moderno scempio, sventrate nel loro essere borgo marinaro dai nuovi centri commerciali e dagli “auchan” di turno.

Certo che così diventa difficile, come disse qualcuno, poter vivere “l’estasi” del turismo, valorizzando il patrimonio archeologico esistente, perchè, tra l’altro, resta “il tormento” di come fare se gli operatori sono poco preparati, le autorità poco disponibili e i musei o i luoghi più suggestivi restano poco fruibili per orari, scioperi o mancanza di personale ( o spesso stravolti da esigenze poco culturali, come sagre o karaoke…)

Ah, divagare, questo mi fa la mia terra… mi costringe ad uscire dal tema prestabilito e trovare sfogo, nello scritto, alla rabbia … Altro che sicilitudine, discorsi sicilianisti, spinte autonomiste e aneliti libertari, temi che imporrebbero veramente di impegnarsi innanzitutto a fare opera pedagogica e di informazione sullo Statuto…

Ma, onestamente, credete possibile con questi nostri siciliani , questo materiale umano ormai cresciuto e pasciuto a mcdonalds e magliette Abercombrie e Fitch, poter sviluppare un discorso ed un ragionamento sull’Autonomia della Sicilia e sulla sua necessaria urgente sua attuazione, come sola risorsa disponibile per la rinascita economica e sociale della terra impareggiabile, e per di più in pieno mese di agosto? Ma vah…!

eugenio preta

One thought on “Un’estate siciliana”

  1. emanuele48 says:

    Caro Preta purtroppo anch’io da sette anni vivo al nord e devo notare, ogni volta che torno in vacanza,in quel di Isola delle femmine (da Palermitano) col cuore sanguinante per l’indifferenza della cosa comune, del mancato amore per i propri luoghi di appartenenza, che senza dubbio non sono secondi a nessuno.Basterebbe avere una maggior cultura dell’appartenenza e meno fatalismo per risorgere, si risorgere perchè quello di cui noi Siciliani abbiamo bisogno è di un nuovo risorgimento, di nuovi Vespri Siciliani per riprenderci ciò che ci è tolto in tutti questi anni di servilismo a cui ci hanno tenuti prigionieri gli ascari di Roma.Un caro saluto a tutti i forzatamente esuli.
    Emanuele Martorana

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