Un’unione per una vecchia cerimonia

Sulla scia di un anno che va via con i suoi avvenimenti tristi e belli, il ciclo delle cose ce ne porta uno nuovo tutto da scoprire, nonostante i presagi non proprio idilliaci che si disegnano sulle carte del divenire.

Le nostre esigenze “democratiche” ci portano fatalmente a discutere di governanti, di responsabilità istituzionali – di politica pure – ponendoci, come siamo, dalla parte della gente, cercando di restare lucidi e non abboccare alle informazioni e alle lusinghe create, non sappiamo quanto artatamente, da giornali compiacenti fino al presunto sospetto di complicità.

Siamo convinti che il cittadino debba essere informato in maniera il più possibile veritiera, e che poi spetti allo stesso il momento del commento e delle conclusioni.
E’ la logica, non il salto nel buio, è la normale prassi del libero apprendimento che non si lascia abbindolare dai messaggi mediatici, confronta le fonti di informazione, analizza, critica pure, si crea un giudizio indipendente e mette così l’individuo al riparo dalla manipolazione.

Abbiamo vissuto un anno di cerimonie, belle e brutte, ma sicuramente un anno che ha segnato una svolta determinante nella vita politica e identitaria del paese.
Tralasciando il significato di un “pensionamento” eccellente, quello di Ratzinger e l’avvento di un Papa che ha preso simbolicamente il nome di Francesco, i nostri valori religiosi continuano a restare ostaggio di una società contemporanea disegnata da falsi idoli e mode effimere e subiscono i colpi di un relativismo dilagante che neanche la Chiesa pare in grado di arginare, anzi, dimostra di abbassare la guardia e così di accettarlo come fatto ineluttabile, come conseguenza dei tempi che viviamo.

Dalla sfera spirituale e dall’educazione etica che abbiamo ricevuto discende perciò uno stato di sofferenza, una patologia “societaria” che non può sorprenderci e fatalmente si riflette in tutti i gangli del vivere civile.
E sono avvenimenti che tutti conosciamo: alla rinuncia ecclesiale si è aggiunta la rinuncia politica ed il Parlamento, sempre di nominati, ha imposto al Paese una svolta di conduzione pilotata da un Presidente della Repubblica, un anziano signore che non ha mai rinnegato le sue origini politiche, peraltro in scadenza di mandato, a cui non sembrava vero poter mettere il tanto odiato avversario fuori gioco, e per di più senza opposizione di sorta e con la sua consenzienza.

A partire da questo abbiamo assistito alla peggiore esibizione degli egoismi nazionali, del “poltronismo”, la vera malattia degli italiani, capaci di vendersi anche i figli pur di conservare gli appannaggi che si sono visti consegnare senza colpo ferire.
Alla faccia delle ideologie (finite) ma anche delle differenze partitiche (se muore Sansone), questi statisti italici sono riusciti a cambiare il corso delle cose, perciò i Filistei invece sopravvivono, e bene nonostante la crisi che investe tutti meno la Casta, nonostante le macerie del tempio.


E disoccupazione, soprattutto giovanile, aumenti indiscriminati delle tasse e delle tariffe sulle spalle sempre dei cittadini a reddito fisso, specialmente i pensionati, fallimenti di piccoli imprenditori, mancanza di lavoro, suicidi (che abbiamo condannato però come atto estremo di una disperazione che non contro se stessi dovrebbe rivolgersi), masse migratorie provenienti da mondi in subbuglio – che la logica vorrebbe poter fermare nei paesi di provenienza con interventi umanitari e politici che quei subbugli dovrebbero sedare, impedendo tratta di esseri umani e criminalità schiavista ormai imperante, favorita invece dai soloni nostrani che dei diritti umani credono di essere i paladini – una moneta unica costruita senza politiche economiche comuni, oggi spadroneggiata da un solo paese, un’Europa delle banche e delle lobbies affaristiche che, ahimè, esprime ai livelli più alti di responsabilità proprio i rappresentanti di questa massoneria lobbistica comunitaria, sono le macerie di un tempio che scricchiola , nonostante i Filistei.

Sembra quasi che la sola possibile alternativa per sentire aria fresca debba essere quella della partenza, una volta emigrazione, ora ricerca di valorizzazione dei titoli e dei diplomi ottenuti, sempre però diaspora, diciamo noi, soprattutto delle genti siciliane.

Ma la Sicilia possiede o non possiede un suo Statuto di Autonomia?

La risposta dovrebbe essere logica, ma invece non lo è, alla luce di quella cerimonia antica che chiamiamo elezioni e che periodicamente consegna alle responsabilità parlamentari uno stuolo di persone che in campagna elettorale si era proposto come paladino del diritto all’autonomia, come rappresentante delle aspirazioni dei cittadini proprio a questa Autonomia violata e abusata dallo stato centrale, ma che poi, ottenuto lo scranno, more solito, ha ritenuto più importante rimpinguare il proprio portafoglio piuttosto che contribuire a portare la Sicilia al di là delle sabbie mobili del centralismo statale.

Adesso che si risente profumo di elezioni e che fatalmente ci si chiede dove l’Autonomismo sia fallito, si fa’ autocritica generosa ma sempre postuma, ci si convince che la dispersione degli autonomisti veri nei mille rivoli dei partiti abbia annacquato la forza che invece un movimento autonomista unitario avrebbe potuto imporre a Palazzo dei Normanni e si affaccia alle coscienze l’esigenza di questa unione dei movimenti autonomisti e, perché no , pure separatisti.

Attenzione, siamo alle solite. La pantomima dell’aggregazione l’abbiamo vissuta tante volte, abbiamo incontrato tanta gente, tanti professori dell’autonomia, ma, finora, mai siamo giunti ad una vera unione.
Spiriti indipendenti, capipopolo a priori, sempre una spanna sopra l’altro, al momento della decisione e dell’assunzione di responsabilità nessuno ha mai fatto un passo indietro, ritenendosi ognuno, e giustamente, più bravo dell’altro, più meritevole e più gallonato.

Ora sentiamo di una riunione programmata dalla nascente Unione degli Autonomisti, tutti da verificare poi, a Palermo, nel corso del prossimo mese di marzo. Permetteteci di storcere il naso, consentiteci la diffidenza mentre diciamo che noi de L’Altra Sicilia vogliamo e ci dobbiamo essere, ma dietro le quinte di questa nuova rappresentazione dell’Autonomismo chi si nasconde?

L’esperienza acquisita ci consenta di dubitare e contrastare i personaggi, pur valenti, che sembrano agitare i pupi, ma chi sono i pupari?
Se si dovesse presentare chi ha già collaborato con quell’autonomista che ha fatto bene i suoi affari e poi l’autonomismo se l’è messo in tasca, l’ex Ministro Presidente della Regione Siciliana Lombardo, quale credibilità porterebbe al movimento?
Se ci accorgessimo che personaggi nemici dell’Autonomia fossero i pupari che da dietro le quinte tentassero di agitare i pupi, beh, consentiteci di dire allora che il nostro paladino autonomista e separatista pure, resterebbe seduto tra gli spettatori.

Eugenio Preta