La scuola dei furbi. Una riflessione col pretesto della necessità di una compagnia aerea siciliana di bandiera

Parte da Catania, la storia di una compagnia di volo (finalmente, avevamo detto noi) con bandiera siciliana ma doverosamente camuffata con un nome mutuato dall’anglosassone, ormai onnicomprensiva lingua di tutto, per poter esercitare la sua operatività nel campo del trasporto aereo nazionale e non. E proprio a Catania riporta la vicenda di un fallimento che resta tutto siciliano, checché ne dicano i protagonisti.

Ogni riferimento porta a Wind Jet, fallita e posta definitivamente fuori dal circuito non per volontà dell’Enac, il polo del controllo degli aeroporti civili e dei voli guidati, sembra a vita ormai, da un altro siciliano, di Barrafranca, ma per l’intervento dei creditori che le hanno negato assistenza, cherosene e si sono persino riportati in Irlanda quei vettori che avevano concesso in leasing alla società del re della grande distribuzione catanese ed ex-mago della squadra “argentina” del Catania Calcio.

Sono stati 300mila gli utenti che chiedevano il rimborso del biglietto acquistato a Wind Jet, o la riconversione su voli dell’Alitalia, dopo aver acquistato a prezzo stracciato il biglietto che Wind Jet ancora imperterrita continuava a vendere, pur sapendo di essere ormai in bancarotta e sul punto di chiudere battenti.

E Catania sarà pure città “sperta” ma non ha nessun primato, neanche in questo: al furbo isolano si aggiungono i furbi siciliani ed ancora altri furbi continentali dell’Alitalia che, speculando sulle miserie di Wind Jet, stavano giocando al ribasso per acquisire la compagnia a prezzo di favore, sulle spalle degli utenti, alla fine. La scuola dei furbi, quindi, in un paese di furbi. E purtroppo a niente serve lo Stretto per interrompere quel flusso di furberie, tranne poi a restare tutti fregati dallo stesso ferribotto, marchingegno o furbizia.

Avevamo applaudito alla costituzione di questa compagnia di bandiera siciliana, che certo, avremmo preferito si fosse chiamata ‘Vola Sicilia’, o ‘Ali Sicilia’, o chessò io, ma avevamo capito che i grossi interessi continentali si sarebbero coalizzati per bloccare un progetto che avrebbe portato, spudoratamente, un nome di siffatto peso. Ed allora avevamo accettato quel nome anglosassone che avrebbe costituito il viatico per poter lavorare e creare occupazione ad almeno 500 famiglie, più l’indotto.

Ma, alla fine, non sono state solo le antipatie leghiste del nord a far naufragare quel progetto tutto siciliano, ma le stesse furberie di Scapino, cioè quel fare tutto umano dell’arrangiarsi, guadagnare oggi soldi, tanto, ‘domani si vedrà’, che ha portato alla resa dei conti e costretto tutti, Wind Jet, acquisitori Alitalia, direttori e utenti, a pagare quella tentata moliérata…

Anche in politica pare stia avvenendo la stessa cosa, nella prospettiva di una bancarotta, della politica però questa volta, del prossimo 29 marzo.

Si tranquillizzino tutti i nuovi arrivati all’Autonomismo.

Noi non abbiamo mai avuto l’ardire né di porre veti nè di avanzare nostre candidature, come accennato nella risposta “alle circa 35 sigle…” e forse non ci dispiace più di tanto se vediamo il gran battere delle grancasse, furberie come quelle di Scapino mutuate da Molière, che hanno portato a reggere i destini della Sicilia le solite facce, il solito vecchio modo di far politica, le solite lagnanze a posteriori di quanti si sono seduti nelle segreterie del (ritenuto) potente di turno a mendicare il posto di lavoro, l’aumento di stipendio o la progressione falsata delle carriere e, peggio, dopo aver rinsaldato quella peste bubbonica che affligge la terra impareggiabile costituita dal clientelismo, dal precariato e dal voto di scambio.

No, tranquilli, la legge elettorale ha vietato ai siciliani di presentare una sua lista alle regionali, ben lo sanno gli ‘squali’ diventati demiurghi costituenti, pronti al passo indietro (o avanti).

Noi, figli della Diaspora, non potremo esserci per legge iniqua. Potremo curarci il lieve fastidio, quel male oscuro della nostalgia impotente, a questo punto, e soltanto essere sempre lì a servire da pungolo ai cittadini per spingerli a rifiutare una volta per tutte queste “caste” che si rinnovano sempre come le code di lucertola sui muri a secco.

Cambiano nome, alleati, partiti, sempre nella logica abietta del non cambiare niente, alla fine più semplicemente nella logica del proprio tornaconto personale sulle spalle del cittadino e di questa terra impareggiabile che ancora non riesce a immaginare quale sfascio gli tocca e, chiedendo scusa a Quasimodo “…qual vento forte che l’avrà cercato…”

Eugenio Preta

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