L’ambiguità della genuflessione

Sballottati dagli attentati senza senso al nostro vivere comune, l’altare dei nostri valori vacilla continuamente e un senso di scoramento si diffonde dal nostro profondo.

Non ci aiuta ad uscire da questa depressione il discorso della città né i propositi che la fede purtroppo non riesce più ad identificare. Tutto si confonde e ci imponiamo, ad esempio, la genuflessione intesa non più come segno di rispetto al divino, ma come significato di protesta, dal momento che inginocchiarsi può avere differenti significati: la dimostrazione nobile e cavalleresca per esprimere il proprio rispetto, il proprio sostegno e la propria lealtà nei confronti di una persona meritevole o per una giusta causa. Per difendere quindi i valori umanisti fondamentali dello Stato di diritto, tutti dovremmo metterci in ginocchio.

Ma inginocchiarsi può significare anche ben altra cosa. Nel caso del Black Lives Matter (il movimento attivista internazionale impegnato nella lotta contro il razzismo), la genuflessione rappresenta l’immagine della capitolazione e della sottomissione. La propensione politicamente corretta del bianco che chiede scusa semplicemente per il fatto di essere bianco ed eleva ad una dimensione primaria tutto quello che, però, non ha niente a che vedere con la sua cultura. A questo punto, se il rispetto potrebbe anche essere condiviso, non si può certo approvare qualsiasi forma di sottomissione.

Chiediamoci però perché il bianco occidentale è arrivato a tutto questo, rinnegando se stesso e coinvolgendo in questo odio generalizzato la sua storia e la sua civiltà. La risposta è sotto i nostri occhi e si può avvertire nel terzo significato che può assumere questo simbolo del Black Lives Matter e di cui non si parla: la genuflessione considerata per una volta da un punto di vista religioso. Nella religione Cristiana la genuflessione è l’atteggiamento del credente che si dedica alla preghiera, rappresenta la devozione ma anche la voglia di confessione, di pentimento e la richiesta di perdono.

Negli Stati Uniti, dopo l’assassinio di George Floyd da parte di stupidi sedicenti guardiani dell’ordine, abbiamo assistito all’adorazione mistica di un martire trasformato in santo. Poi è iniziata la sceneggiatura di una tragedia umana, così abbiamo visto bianchi inginocchiati con le mani rivolte verso il cielo a ripetere il sermone moralizzatore suggerito da un manifestante nero, o altri bianchi distesi per terra a mimare il placcaggio di George Floyd e, ancora peggio e sintomatico di un malessere che si vuole imporre alla comunità bianca, quella gente che lava i piedi a persone nere, come avviene alla vigilia della Passione, nella cerimonia mistica da parte degli Apostoli al Cristo.

Nel campionato di calcio britannico ogni partita inizia col bagno purificatore della genuflessione, nel basket Usa è ormai prassi ricorrente, nell’automobilismo Hamilton invita alla genuflessione (fortunatamente molti non lo seguono). Viviamo così oggi, quasi come si trattasse di rievocare perennemente la colpa dell’uomo bianco, auspicandone proprio la sua dovuta Passione, alla stregua del nostro Redentore. Questo significato religioso, discreto ma effettivamente reale nel movimento Black Matter lives è strategicamente voluto e deriva direttamente dal concetto del privilegio che detiene l’uomo bianco, da cui prende origine e che, lungi dall’essere casuale, rappresenta un vero cavallo di Troia ideologico che cerca di risvegliare l’incosciente giudaico cristiano latente ma così profondamente radicato nel nostro Occidente.

Eugenio Preta

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