La nomina del nuovo governo federale tedesco e l’addio a frau Angela Merkel

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Oggi tutta la stampa unanime si perde in lodi sperticate per l’ormai ex cancelliera tedesca Angela Merkel. Tutti lodano la sua semplicità e il suo rifiuto del lusso, sicuramente ereditate dall’educazione ricevuta da un padre austero che non le ha impedito comunque di fare studi rigorosi e continuare ad amare la zuppa di patate. Cose da far impallidire i nostri politici amanti dei Rolex e delle vacanze in barche esclusive.

Il solo lusso che Angela si offriva era quello di trascorrere le vacanze nella sua modesta casa di campagna o sulle Dolomiti o a Ischia, come fanno molti suoi connazionali. Cresciuta nella Repubblica democratica, la sua famiglia non soffrì mai il potere comunista: il padre, il pastore luterano Horst Kassner era soprannominato addirittura Kassner il rosso ed Angela faceva parte dei movimenti giovanili del partito.

Diventata cancelliera nel 2005 è rimasta in carica per 4 legislature e dopo 16 anni ha ceduto il testimone al successore Scholz. Alcuni la loderanno per il suo pragmatismo equilibrato, altri per l’assenza di convinzioni di destra. Essa stessa diceva di essere a volte liberale, a volte conservatrice, a volte cristiano- sociale; in verità ha lavorato per cancellare l’ala conservatrice della grande CDU tedesca fino a farne un partito dell’estremo centro e addirittura dell’estrema sinistra quando decise di abbandonare il nucleare, riuscì a far arrivare più di 1 milione di immigrati nel 2005 e permesso l’adozione del matrimonio omosessuale

La gestione della crisi migratoria del 2015 resta comunque la macchia indelebile dei suoi 16 anni di regno. Si dovrebbe parlare anche della crisi greca o della dominazione tedesca dell’Ue esercitata a danno degli altri Paesi membri. Proprio la crisi migratoria ha avuto conseguenze incalcolabili per tutta l’Europa, ma soprattutto per la Germania arrivando persino a cambiare l’identità del popolo tedesco.

Nel 2010 Merkel inventò il suo credo «Multikulti»: 5 anni più tardi un milione di clandestini attraversavano le frontiere tedesche lasciate aperte con conseguenze tragiche, culminate specialmente nelle violenze della notte di San Silvestro: secondo i dati dell’Ufficio federale della polizia criminale pubblicati dai media di oltre Reno, 1200 donne vennero aggredite a Colonia e ad Amburgo da oltre 2000 uomini. Ci furono cioè più aggressori che aggrediti.

Ancora oggi a Berlino, città governata da una coalizione rosso-verde, per il 45% degli alunni della scuola primaria e per il 25% di quelli del liceo, il tedesco non è più la lingua d’origine.

Perché un tale suicidio identitario? Da più parti si ritiene che il grande slancio umanitario tedesco del 2015 obbedisse esclusivamente all’esigenza di un’automutilazione identitaria, un’atto di espiazione volontaria per farsi perdonare le gravi colpe del passato.

La Germania avrebbe visto nel suicidio demografico volontario il modo di purificarsi senza però tenere in considerazione la portata politica delle sue scelte. La Germania imponeva così non soltanto un’immigrazione massiccia a tutto il continente, ma obbligava gli altri Stati a fare la stessa cosa, rivoltandosi contro chi non avesse fatto la sua stessa scelta. Oggi è arrivato il turno del socialista Olaf Scholz, ex ministro delle finanze della «grosse koalition» rosso-crociata di Angela Merkel e, mutuando dall’inno britannico, anche a noi non resta altro che invocare: «God save ….the Europe».

Eugenio Preta