Risposta “aperta” all’editoriale di Salvatore Butera

Le occasioni perdute del Popolo Siciliano
Massimo Costa
Candidato sindaco de L’Altra Sicilia – Antudo

L’editoriale apparso oggi sull’inserto palermitano de La Repubblica non è uno dei soliti stanchi strali contro l’Autonomia Siciliana; in alcuni punti è un chiaro attacco alla mia candidatura e alla proposta sicilianista de L’Altra Sicilia e pertanto merita una mia risposta che spero troverà adeguato spazio nel giornale che ha pubblicato l’editoriale stesso con la cui redazione peraltro sono in ottimi rapporti.
Di primo slancio, di cuore, mi sarebbe venuta una risposta sdegnosa che l’autore meriterebbe anche per la scompostezza di talune affermazioni (basti citare il “cumulo di sciocchezze” di cui parla in chiusura). Ma penso che una risposta del genere sarebbe come cadere in una provocazione da campagna elettorale ed io, ancora neofita della politica, ho l’obbligo di imparare in fretta l’aplomb necessario in questi casi.


Mi limitero dunque ad evidenziare con poche proposizioni secche l’incoerenza logica e l’inconsistenza storica (che è cosa particolarmente grave in uno studioso) delle sue affermazioni.
Intanto Butera non sa darsi ragione del fatto che l’Autonomia Speciale in Val d’Aosta o in Sardegna funzioni e in Sicilia no. Non è che per caso mentre altrove esiste un “vero” partito dell’Autonomia in Sicilia abbiamo affidato quest’autonomia a partiti italiani che ne hanno fatto scempio? Che autonomia è quella di partiti che hanno la testa a Roma?

Butera è consapevole della marea montante del Sicilianismo ma, democraticamente, non gliene importa nulla, anzi la stigmatizza come un pericolo, anzi studia già i mezzi legali “tecnici” per la sua soppressione. Sottotitolo: finché l’Autonomia della Sicilia era finta, vabbè, ma ora che i Siciliani fanno sul serio è ora di toglier loro questo strumento prima che imparino davvero ad usarlo.

È desolato della spaventosa condizione economica della Sicilia, ma non è minimamente sfiorato dal dubbio che questo possa essere il risultato di un genocidio economico e culturale che risale (come l’invenzione della “mafia”) allo sbarco di Garibaldi, di una colonizzazione evidente in ogni settore e tanto più drammatica in quanto non dichiarata.
Definisce il Siciliano “dialetto”, di cui ci sarebbe una “malintesa esaltazione” (poveri Buttitta, Pirandello, Meli, Veneziano,…), ma non sa che solo in Italia e per motivi politici il Siciliano è un dialetto, come in Turchia i Curdi sono chiamati “Turchi delle montagne”, mentre è riconosciuto come lingua dall’UNESCO (“si informi” direbbe Totò).

Lo Statuto “nacque in uno spirito fortemente unitario” ma “per contrastare le derive separatiste”: contraddizione in termini. La Statuto nacque per il sacrificio dei nazionalisti siciliani, tanto “inconsistenti” da ottenere 9 deputati alla prima elezione dell’Assemblea Regionale e 4 alla Costituente; risultati ottenuti dopo la deportazione a Ponza dei capi politici del MIS e dopo la devastazione organizzata da Aldisio delle sedi del partito in tutta la Sicilia, scatenando una plebaglia prezzolata al soldo dello stato italiano.

Il Sicilianismo sarebbe una “torbida filosofia”, mentre, ad evidenza, 150 anni circa di dominazione italiana ci hanno consegnato un’isola felice. No comment.
Nessuno di noi oggi propone di togliere realisticamente la Sicilia all’Italia o all’Europa, ma l’autore teme l’isolamento. Come è isolata e antieuropea l’Irlanda, che quando era una Regione a statuto speciale del Regno Unito (con la Home Rule, che poi ancora vige nella povera Irlanda del Nord), sì che era integrata e felice. Com’è miserabile l’Irlanda che ha eretto a lingua ufficiale il Gaelico, parlato dall’1 % dei suoi abitanti. Come è isolata Malta, come è isolata Cipro,… Ah, povera Sicilia, senza Roma e Milano come farà, da sola, a interfacciarsi col mondo?
I “personaggi della storia più cari al Sicilianismo” sono, per restare a tempi recenti, Ruggero Settimo e Francesco Ferrara, entrambi confederalisti. Ne ha sentito parlare, Butera?
Se non sbaglio (faccio ammenda se non è così) Lei dirigeva il centro studi del Banco di Sicilia, qualche anno fa, quel centro studi che non sarebbe nemmeno esistito se non fosse esistita quell’istituzione da stato sovrano che era il “Banco” e che ora non è più.

La vera occasione perduta del Popolo Siciliano è quella di non aver camminato sulle proprie gambe, dentro o fuori l’Italia, in fondo poco importa; la vera occasione perduta è quella di aspettare come Lei sempre qualcosa che venga da fuori, mentre nel frattempo qua chiude tutto.
La Questione Siciliana è una cosa seria. La lotta di liberazione nazionale da noi intrapresa non si arresterà ed è per questo che a qualcuno oggi fa paura. Se vogliamo mantenere l’unità del Paese abbiamo l’obbligo di rispondere concretamente al disagio siciliano; altrimenti, la vera alternativa non sarà il centralismo o l’omologazione da Lei invocati, che già abbiamo sperimentato dal 1860 al 1946 (il periodo peggiore dell’intera storia siciliana, forse insieme a quello delle invasioni barbariche), la vera unica alternativa sarà soltanto l’indipendenza della Nazione Siciliana.

Ufficio stampa
Massimo Costa
Candidato sindaco de L’Altra Sicilia – Antudo