Il Progressismo del sistema politico e la necessità dell’antitesi conservatrice

La degenerazione del sistema e delle attuali democrazie è, oggi, segnata da due fenomeni. Il primo consiste a privilegiare il mantenimento del potere miracolosamente acquisito, anche a costo di rinnegare idee e valori. Cosa sarebbe infatti la tecnocrazia se non essenzialmente l’arte di dividersi la torta e poi l’artifizio di eliminare ogni refluo di valori, attraverso soluzioni tecniche come ad esempio quella di evitare il dibattito politico su temi controversi come l’aborto, l’eutanasia, tecnocrazie, la PMA, la GPA, tutti argomenti che andrebbero affrontati con la massima urgenza?

Il secondo fenomeno è conseguente: presenta un’ideologia in affanno, certo ritenuta liberatrice dell’uomo e progressista. In verità, una rincorsa al nichilismo che a poco a poco designa ogni formazione politica, un’ideologia che invece di definirne chiaramente i connotati distintivi, li equipara tutti.

Il progressismo è diventato un veleno mortale per le società occidentali. Fondato sull’illusione che si stia realizzando un movimento che si prefigge di abbattere il conservatorismo e le varie resistenze per proclamare la nostra libertà e le nostre eguaglianze sociali, in verità sta distruggendo la struttura stessa delle tradizionali costruzioni sociali.

Favorendo l’immigrazione ritiene di poter dare agli stranieri – che invece minacciano un sistema politico che conoscono ben poco – la possibilità di partecipare al processo democratico. Emancipando le minoranze e mettendo gli emarginati al centro delle preoccupazioni, sconfessa proprio quella maggioranza che assicurava l’identità e serviva da modello all’integrazione. Confondendo l’esercizio di ogni capriccio con la libertà responsabile, l’eguaglianza col rifiuto delle gerarchie indispensabili ad ogni democrazia, rende impossibile l’esercizio della autorità necessaria e priva il Paese della sua memoria, impedendo la trasmissione di valori reali di identità.

I segnali di questa diluizione dei riferimenti e dell’autorità sono innumerevoli. Gli esempi più eclatanti sono, ad esempio, gli attentati alle forze dell’ordine – uomini e donne investiti di poteri legittimi – commessi da individui per i quali la vita di un servitore dello Stato, conta meno del loro impulso a non obbedire, ad evitare la sanzione ed ogni possibile conseguenza penale. Di fronte alla forza che ha il diritto di essere utilizzata perché previsto così dalla legge, si scatena una violenza illegittima. L’eufemismo di inciviltà o dell’effimero “conosciuto dai servizi di polizia”, la litote del “non diritto”, la volontà di nascondere il nome dei criminali, il capovolgimento dei ruoli tra vittima e carnefice, confusi e condannati ambedue al linciaggio mediatico, formano un tutt’uno coerente, destinato a nascondere i problemi ed impedire la reazione logica della maggioranza.

L’imbarbarimento di una parte della società sembra un termine ancora troppo debole per qualificare gli atti che tendono semplicemente a sostituire la parità della legge con la legge del più forte. Certo la battaglia sarà verbale perché il linguaggio orwelliano che ci viene imposto, testimonia l’ideologia che l’origina, ma nel sistema attuale è una battaglia destinata alla sconfitta, viste le regole esistenti, la casta dirigente, la magistratura militante e i media complici.

Adesso più che mai sarebbe arrivato il momento di rimettere la palla al centro e, se ancora fosse possibile, confermare nel processo logico di tesi e antitesi, contro la predominanza delle tesi progressiste, l’antitesi necessaria di un’opposizione conservatrice.

Eugenio Preta

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