Giochi olimpici invernali: le spinte umanitarie e le lotte politiche trovano un limite solo nei mercati e nell’interdipendenza economica

Dopo aver ospitato i giochi olimpici del 2008. la Cina ospita oggi i giochi invernali del 2022 ma, a distanza di 14 anni tutto è diverso. Pensati infatti come una competizione sportiva universale, oggi i giochi olimpici ritornano ad essere un momento politico.

Nel 2008 il mondo occidentale accoglieva la Cina nel cenacolo mondiale e la celebrava come una grande nazione in pieno sviluppo: già da 7anni era stata integrata nell’OMC e, pur tra frizioni e contrasti frequenti, era percepita come partner essenziale.

La situazione oggi però non è più la stessa e anche se Usa e Paesi anglosassoni non sono arrivati a decretare un blocco totale – come accadde in occasione dei giochi olimpici di Mosca del 1980 – le loro autorità politiche hanno deciso di disertare la cerimonia di apertura lasciando però aperta la partecipazione dei loro atleti, favoriti rispetto a quelli cinesi che sanno eccellere soprattutto negli sport estivi.
Sembra aprirsi quindi una nuova guerra fredda che ripete sempre i codici della vecchia contrapposizione.

Se Joe Biden ha giustificato il suo rifiuto di partecipare alla cerimonia solenne di apertura con la scusa della sorte riservata dai cinesi alla comunità Oigura di Xinijang, i paesi anglosassoni, con Gran Bretagna ed Australia in testa, si sono allineati agli americani certamente per quello spirito di solidarietà che nasce dalle strategie industriali comuni ma che non dovrebbe coinvolgere anche le attività sportive.
Al contrario, l’Austria ha rifiutato di boicottare la cerimonia solenne, ma è anche vero che gli austriaci si aspettano molto dagli sport invernali in cui eccellono e che per loro le prospettive economiche hanno un peso ben differente.
Putin, dal canto suo, parteciperà all’inaugurazione come il presidente del Kazakistan che è riuscito a stabilizzare il suo paese dopo il recente colpo di stato, a dimostrazione del fatto che se l’Occidente si rifiuta alla Cina, l’Eurasia è presente per riaffermare i suoi legami con l’Asia. Alla fine si stanno costituendo due blocchi: il blocco marittimo creato dagli Stati Uniti e quello terrestre ad opera di Mosca e Pechino.

Gli USA infatti tentano di creare un contenimento marittimo circondando la Cina via mare. La Russia, potenza continentale, testimonia invece la sua vicinanza alla Cina riattivando il legame terrestre. A questo punto, pur restando sempre in linea con gli Stati Uniti, i Paesi dell’Europa dell’ovest cercano di barcamenarsi attenti a non urtare la sensibilità cinese.
Così, i Giochi olimpici, nati come un momento di pace e ricomposizione dei conflitti esistenti, adeguandosi alle leggi dei mercati e del consumismo, oggi sembrano non rappresentare più quella tregua olimpica per cui erano stati ideati ma indossano la dimensione politica che, del resto appare inevitabile perché rappresentano un evento mondiale che riunisce milioni di telespettatori e perché gli atleti sono conosciuti da tutti e costituiscono dei modelli per milioni di giovani. Un braccio di ferro che non impedirà, appunto, contratti e sponsor miliardari perché, pur disertando l’inaugurazione solenne, le industrie americane con i loro marchi saranno immancabilmente presenti nel mercato pubblicitario per non perdere quella manna dei milioni di telespettatori, tutti affamati e prede del consumismo.

I giochi olimpici di Pechino costituiranno un avvenimento principe nelle cronache quotidiane e inevitabilmente porteranno alla luce la contrapposizione politica originata dall’impostazione della comunicazione internazionale che sembra ricordare al resto del mondo che gli Stati Uniti ci sono sempre, non sono amici di tutti e che gli altri, alla fine, dovranno scegliere con chi volere stare.

Eugenio Preta

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