Mondializzazione e …morti di fame

La mondializzazione ci è stata sempre raccontata come un fenomeno per cui determinati problemi politici, economici e sociali avrebbero acquisito una dimensione di risonanza mondiale, suscitando una presa di coscienza comune per una collaborazione generale nel tentativo di affrontarli e risolverli adeguatamente.
Sarebbe stata utile a regolare i problemi esistenti e ci avrebbe portato pace, felicità insieme purtroppo… ad un’immaginabile lavanda gastrica quotidiana.

La realtà, infatti, è ben diversa ed invece della mondializzazione felice abbiamo scoperto la dipendenza energetica, il declassamento economico, l’immigrazione da ripopolamento e l’aumento di varie penurie.
Tutta colpa dei tecnocrati europei euromondialisti che non vedono salvezza se non nella fuga in avanti, nelle nuove adesioni dei paesi dei sud Balcani e non solo. Una prospettiva di un nuovo allargamento dell’Unione europea che pone però grossi problemi strutturali perché, evidentemente, il coordinamento di 27-28 Paesi non è paragonabile a quello di 7-8, figuriamoci un domani quando i paesi membri diventeranno 37.

Ci fanno credere che l’allargamento accelerato della Ue verso l’Est potrebbe rappresentare un ennesimo sostegno all’Ucraina e che, fatto presto e bene, permetterebbe al Paese di raggiungere la Turchia, la Macedonia del Nord, il Montenegro, la Serbia, il Kossovo e l’Albania. Del resto sembra importare poco che l’adesione dell’Ucraina all’UE e la sua entrata nella NATO costituiscano ancora oggi il nodo più grave dei negoziati di pace con la Russia e, ancora peggio, non riusciamo a rilevare che, a causa di questa situazione generale, stiamo correndo verso una penuria drammatica di gas, di petrolio e di generi alimentari di prima necessità.

Ma perché? Semplicemente perché l’Europa non è sovrana e va dove gli USA le dicono di andare. Nonostante le penurie generali siano ormai una realtà, sembrerebbe che assorbire dieci nuovi Stati dalle economie e dalla situazione socio-economica e sociale disastrata non creerebbe alcun problema, ma già per i 27 Paesi i prezzi aumentano e i magazzini si svuotano, non c’è più olio, la pasta ha raggiunto il prezzo del caviale, il grano con cui si produceva una volta il miglior prodotto italiano nel mondo arriva oggi in maggioranza da Russia ed Ucraina e la stessa senape, un prodotto che caratterizza la cucina transalpina, non è più un prodotto europeo ma i semi vengono importati da Russia e Canada.

Siccità e sanzioni, fine dei grani, della senape e dell’olio di girasole – inteso oggi nuovo oro giallo, aumentato in un solo mese dell’8% ma introvabile – ormai sono segnali preoccupanti.
Secondo i responsabili dei grandi supermercati se i magazzini si svuotano non è dovuto alla penuria ma al fatto che gli europei preferiscono acquistare grandi quantità per costituirsi una riserva. A detta dei responsabili dell’alimentazione le riserve di olio di girasole e di pasta potranno tenere fino all’estate, per la carne, poiché l’Ucraina rifornisce dal 30 al 40% del mercato europeo di alcune semenze, iniziano a delinearsi grossi aumenti di prezzo per l’alimentazione del bestiame e conseguentemente del costo di produzione della carne.

Ancora più grave la situazione del grano che, se guerra e sanzioni proseguiranno nell’est europeo, la penuria si ripercuoterà su tutto il bacino mediterraneo, nel Maghreb ed in Egitto.

Crisi energetica e penuria alimentare stanno colpendo questa povera Europa governata da chi non ha ancora capito di dover svincolarsi dall’abbraccio americano. Ma l’Europa ha ormai abdicato in tutti i settori ed ha affidato ad estranei l’intera gestione della vita dei suoi cittadini ed oggi, fatalmente, si ritrova come cantava una vecchia ballata rock sudista “Back Up Against The Wall”, letteralmente: “Con le spalle al muro”.

Eugenio Preta

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