Miles Davis avrebbe avuto cento anni…
Miles Dewey Davis, era nato nel 1926, in una famiglia della borghesia nera dell’Illinois. Padre dentista, madre amante della musica, buoni studi e pratica assidua dello sport – in particolare la boxe, che sarà l’altra grande passione della sua vita: il giovane è circondato da affetto e riceve una buona educazione, ma sperimenta anche il razzismo dell’America degli anni ’30. Rapidamente notato per il suo talento di trombettista, musicista professionista a sedici anni, giovane padre a diciotto, Miles va molto veloce. È già in anticipo.Nel 1944, grazie all’aiuto finanziario di suo padre, entrò nella Juilliard School di New York, l’accademia musicale più famosa del tempo. Si annoia e preferisce frequentare i jazz club della Grande Mela. Allo stesso tempo, impara a suonare il pianoforte e partecipa a jam session che fanno sbocciare il suo immenso talento. È allora il momento del be-bop, questo jazz veloce e bollente che vede i solisti competere in velocità e virtuosismo. È il primo periodo musicale di Miles, allora vicino a Charlie Parker
Nel maggio 1949, il trombettista vola a Parigi. Suona nella sala Pleyel, vive a Saint-Germain-des-Prés, incontra Sartre, e si innamora perdutamente di Juliette Gréco, con la quale avrà un magnifico idillio. Pensando di sposarla, tornera’ in Francia nel 1957 per registrare, in totale improvvisazione, il trailer di Ascenseur pour l’échafaud, primo film di Louis Malle, con Maurice Ronet e Jeanne Moreau. Un bianco e nero da sogno nella notte parigina, con il suono spettrale della tromba di Miles Davis, che ha trovato il suo timbro, ormai riconoscibile tra mille.
Gli anni ’50 sono quelli di un dopoguerra elegante e contemplativo. Miles Davis guida una Ferrari e indossa abiti da grande taglio: è un atto politico tanto quanto estetico. Finito, il cliché del jazzista povero dalle molteplici dipendenze che suona in sale sporche per un pubblico di bassifondi. Con il suo sestetto, che diventerà leggendario, si rivolge al jazz cool, aereo e minimalista, su arrangiamenti di Gil Evans (Springsville). E poi, nel 1959, esce Kind of Blue, l’album jazz più venduto di tutti i tempi, un album dal suono puro e planare che il batterista del gruppo, Philly Joe Jones, riteneva fosse stato “registrato in paradiso”.
Il primo brano, So What, dà il tono: più temi su cui si ricada. I solisti sono liberi, si passa dall’intrattenimento alla poesia. Terzo periodo dopo il bebop e il cool.
Ma ecco già un quarto periodo per Miles, negli anni ’70. Con Bitches Brew, il trombettista inventa il jazz fusion, con strumenti provenienti dal rock. Per lui, come per tutti i veri jazzmen, il jazz è fatto per inventare, anche se può scioccare un po’ – e non per finire in una playlist da palazzo. Ci sarà un quinto Miles Davis, quello degli anni ’80, ispirato al funk, con in particolare Tutu. Reinvenzione che è anche stilistica, poiché l’uomo ora assomiglia a una specie di Barone in abito lamé, calzato con enormi occhiali da sole e che non sorride quasi mai.
Travolto dai suoi eccessi, Miles muore nel 1991, ma la sua musica ci parla ancora, come è un po’ il caso di tutti i geni.
Eugenio Preta